Vecchie storie nel cassetto: Il segreto dei sentimenti

Torniamo con l'angolo delle piccole vergogne con "Il segreto dei sentimenti".
Molte volte ho parlato e ho condiviso con voi la storia di come è nato "Il peso della verità", ma non avrei mai pensato di pubblicare davvero quello è davvero il suo inizio.
Infatti nel racconto sono presenti praticamente gli stessi personaggi e molte situazioni simili, ma la storia è diversa, ancora molto se non troppo acerba.
Volevo mettere molta carne sul fuoco senza sapere bene cosa stessi in realtà cuocendo e il risultato fu un pò patetico visto con gli occhi di adesso.
Ho sempre detto che da questo è nato poi il prodotto finale, che ha tentato la pubblicazione ed è riuscita a farsi notare, infatti per chi ha voluto aiutarmi e ha creduto un pò in me, presto avrà tra le mani il risultato finale.
Quindi ecco a voi come è nato "Il peso della verità".
Queste sono le prime pagine, buona lettura e come sempre fatelo con un sorriso.



Il segreto dei sentimenti

Premessa

La fine di tutto…


Molti credono che la loro vita, come la stanno vivendo sia unica e che devono fare il più possibile per salvaguardare l’effimera felicità, che difficilmente si riesce a conquistare e che si rompe altrettanto facilmente. Quello che io stessa ho vissuto invece, non è stata solo una vita, ma più di una e in ognuna di quelle c’era sempre qualcuno accanto a me, qualcuno che odiavo e amavo allo stesso tempo. Sembrerà folle e molti potrebbero chiedersi come sia possibile amare e odiare allo stesso tempo o vivere più esistenze una dopo l’altra. Invece io rispondo che è più semplice di quanto sembri…
La mia vita non è iniziata alla nascita, ma alla morte. Restare in coma non è certo una cosa che capita a chiunque. Al mio risveglio tutti mi chiesero che cosa provavo, se ero felice di essere tornata in quello che tutti chiamavano “mondo dei vivi”, ma quel mondo era più morto di quanto non immaginassero e al mio risveglio piansi perché volevo tornare dove ero stata fino a quel momento.
Dell’incidente, che mi ha portato al coma, ricordo solo la grande sensazione di abbandono che provai e il ragazzo che guidava quell’auto morto sul colpo, ma in quel momento, sospesa tra la vita e la morte, non ricordo se fossi più preoccupata per lui o per me, anche se mi è dispiaciuto molto sapere della sua scomparsa. Ad ogni modo quando fui sicura che non lo avrei più rivisto non versai lacrime, ne avevo già buttate via così tante… Non so neanche per quanto tempo rimasi in coma, poiché a me sembrò un eternità, ma il viso dei miei cari non era cambiato. Tutti erano uguali, anche se per alcuni facevo difficoltà a ricordare i nomi.
Al mio risveglio, mia madre stava piangendo. Mi disse che i medici aveva gettato la spugna sulla mia sorte. Non potevo muovere le gambe, anzi non le sentivo affatto, ma lei mi rassicurò dicendo che non ero paralizzata, ma era solo a causa del lungo stare immobile su un letto scomodo che non vedevo l’ora di abbandonare. Mi guardava con gli occhi pieni di felicità e io non mi sentii in grado di dirle che non sarei mai tornata da lei se non fossi stata costretta, ma questo sarebbe stato un dolore che l’avrebbe uccisa in quell’istante.
Ad ogni modo non voglio parlare del mio risveglio è stato doloroso per me e per il mio cuore. Ciò che ho vissuto, perché si, credo di aver vissuto più in quel periodo che in tutta la mia vita, mi ha cambiata molto. Più volte ho cercato di raccontarlo alla mia famiglia, ma ogni volta cercavano di cambiare discorso dicendomi che avevo immaginato ogni cosa, ma sul mio corpo porto ancora i segni di tutto e c’era inoltre una prova che non potevano ignorare. Ero diversa da come i miei cari mi conoscevano, ma a me non importava nulla di ciò che loro potevano pensare. Avevo solo tanta voglia di tornare indietro, in un mondo pieno di pericoli, ma che era diventato la mia casa…il posto in cui per un certo periodo volevo davvero stare…
Mi avevano detto che demoni, mostri e cose del genere non potevano esistere, in quanto Dio non avrebbe mai creato simili aberrazioni, ma in quello che mi è successo Lui non centra nulla. Ho visto tante cose e vorrei scrivere ciò che ho visto anche se nessuno ci crederà mai. Mentre “dormivo”, il mio corpo e la mia anima viaggiavano, perché avevo un compito da svolgere…

La morte e il risveglio… 

Il sole appena sorto illuminava la mia camera da letto. La sveglia suonò alle sette e mezzo del mattino, ma io ero sveglia già da tempo. Scesi in cucina dopo dieci minuti e iniziai a fare colazione. Per la fretta non mi ero ancora pettinata i miei lunghi capelli neri e alcune ciocche mi ricadevano sul viso; per molti i miei capelli erano bellissimi come tutto il resto, ma questi erano complimenti che non avevo mai voglia di ascoltare, sapendo che avevo partecipato a qualche concorso di bellezza, contro la mia volontà per giunta, tutti si sentivano in dovere di farmi i complimenti. Mia madre da dietro, li legò con un fermaglio e io le sorrisi ringraziandola, tenendo un biscotto tra i denti. Se dovessi descrivere mia madre, l’unica cosa che mi verrebbe in mente è vanitosa, ma non per se stessa. Nonostante sia ancora una donna molto attraente, non pensa al suo aspetto come invece fa nei miei confronti, cerca sempre di non farmi mancare i prodotti di bellezza o cosmetici vari, sapendo benissimo che non voglio da lei questo tipo di frivole attenzioni, ma non riesce a farne a meno. Avrebbe voluto partecipare da giovane ai concorsi di bellezza ed è per questo motivo che mi ha spinto a farli. Si era preoccupata tanto per il mio aspetto fisico, che non ha mai provato a capire il mio vero carattere, in diciotto anni lei non si è mai sforzata di sapere qualcosa su di me, credeva che essendo abbastanza popolare fossi felice, ma non era così. Lei non mi conosce affatto, ma non voglio che il nostro rapporto cambi: non dimenticherò mai il suo viso quando mi vide per la prima volta sfilare davanti ad un pubblico, queste cose la rendevano felice davvero e non perché lei come donna fosse frivola, forse voleva ciò che non aveva mai potuto ottenere dai suoi genitori e io l’accontentavo il più possibile. Mi esortò a fare colazione velocemente, guardando l’ora si era accorta che era molto tardi, ma neanche i miei soliti ritardi a scuola mi preoccupavano, non era mai capitato che qualche insegnante facesse caso a me o mi richiamasse e per questi inutili favoritismi i miei compagni di classe, come forse tutti gli studenti, non riuscivano a sopportarmi. Anche questo naturalmente non era un problema per me, l’abitudine attutisce qualunque cosa.
Uscii di casa dopo essermi sistemata i capelli e dopo aver esaudito il solito desiderio di mia madre, di vedere che mi truccavo per far esaltare i miei occhi, o almeno era quello che lei ripeteva tutte le mattine cacciando fuori dalla sua borsa qualche nuovo inutile cosmetico. Stranamente arrivai a scuola qualche minuto prima del solito, infatti il mio professore mi guardò per un po’ prima di rendersi conto che ero davvero io. Andai a sedere al mio posto, un banco solitario in fondo all’aula. Non volevo sedermi accanto a nessuno e nessuno voleva me. Naturalmente non c’era da meravigliarsi, più di una volta i miei, per così dire, compagni mi avevano detto a brutto muso che non volevano avere nulla a che fare con me, non accettavano il comportamento superficiale che tutti gli insegnati avevano nei miei confronti: in effetti tutto ciò era vero, ma non ero di certo stata io a chiedere di essere trattata in questo modo. Fortunatamente quella mattina trascorse velocemente, non ne potevo davvero più di quell’ambiente così ostile nei miei confronti: quello sarebbe stato l’ultimo anno in quella orribile scuola, sarei andata all’università e finalmente sarei stata giudicata per quello che davvero sono, non per una foto, un trofeo o qualche altra sciocchezza simile. Dopo la pausa pranzo, tornai in classe e  dato che non era ancora arrivato nessuno mi concessi un attimo per rilassarmi, aprii la finestra e feci un lungo respiro, buttando fuori tutte le cose cattive che avevo accumulato fino ad ora. Non feci in tempo a fare ciò, che dovetti subire un’altra umiliazione. Dalla porta entrò un uomo giovane, non doveva avere più di una trentina d’anni, un insegnate entrato da poco nell’istituto. Avevo notato da parte sua un leggero interesse nei miei confronti e in effetti era l’unica persona con cui riuscivo ad avere un discorso e non mi sentivo giudicata, ma non avevo nessuna voglia di parlare con lui ora. Si avvicinò a me e mi fece una strana domanda.
- Posso chiederti perché sei così distante con gli altri ragazzi? -
Prima di rispondere lo guardai per un po’, come se non avessi afferrato bene la sua domanda, poi risposi a quella strana richiesta senza pensare troppo a cosa dovevo dire:
- Io non sono distante con loro, al contrario sono loro che non vogliono avere nulla a che fare con me. So cosa dicono sul mio conto, credono che mi senta superiore a loro per i miei voti o il mio aspetto, ma io… sono proprio come loro. -
- Su questo non ci sono dubbi, ma tu di certo non gli dai neanche un aiuto per non pensarlo. Le cose si fanno in due ricordalo, non si avvicineranno mai a te se tu non li aiuti. Intorno a te c’è un muro e sappi che i massi più deboli sono quelli interni. -
- A me non importa, non voglio la loro approvazione. -
L’uomo davanti a me mi sorrise, aveva un’espressione calma e dolce, credevo che, dopo aver capito dalle mie risposte che non avevo intenzione di parlare, se ne sarebbe andato, invece continuò a farmi domande.
- Dafne, conosci la storia del tuo nome? -
Annuii sommessamente, era logico che sapessi da dove derivasse il mio nome, ma lui continuò a parlare senza farci caso.
- Dafne, era una ninfa. Era una vergine cacciatrice di Artemide, appunto dea della caccia. Si sostiene che, nemmeno Apollo era riuscito a sedurre Dafne, di cui si era innamorato facendosi trarre in inganno da Eros. Poiché Apollo aveva paragonato le deboli armi e la piccola statura di Eros alla sua forza e abilità con l’arco, Eros lo punì liberando due dardi dal suo arco. Un dardo dalla punta d’oro colpì il cuore di Apollo rendendolo disperato d’amore per Dafne, e l’altro, con la punta di piombo, colpì Dafne rendendola inaccessibile a qualsiasi sentimento d’amore…- Lo interruppi e continuai a parlare assumendo un tono di indifferenza, come se quella domanda mi avesse quasi offeso, come se stesse umiliando la mia intelligenza.
- Apollo inseguì Dafne attraverso tutti i boschi fino alla riva del fiume e prima che Apollo potesse catturarla, Dafne pregò il dio-fiume affinché l’aiutasse e lei si trasformò in un lauro e da quel momento, su ordine di Apollo, una ghirlanda di lauro decorò la lira, la faretra e la testa dei menestrelli. Come vede so benissimo la storia, ma cosa c’entra con me? -
- Mi stupisce che non ne capisci il significato. La ninfa era bella e conosciuta, ma ricordata solo per cose senza importanza a causa dell’adamantina durezza del suo cuore. Tu sei identica a lei, ma non lasciare che anche tu venga ricordata solo per una foto o una pubblicità. Cerca di aprire il tuo cuore e di non trasformarti in un albero. -
L’insegnante lasciò l’aula in silenzio e rimasi sola ancora una volta. Quelle parole mi avevano colpita, non avevo mai pensato che un uomo potesse farmi sembrare sciocca e piccola. Ora più che mai lo rispettavo più di ogni altro, perché mi aveva fatto capire la verità, ma non per questo sarebbe cambiato qualcosa. Sarei rimasta comunque sola e in disparte, migliorando le mie doti, magari diventando più bella, ma sempre sola.
Quando sopravvenne la notte sognai, ma al risveglio non ricordavo più nulla. Andai a scuola come tutte le mattine, ma mi sentivo molto strana. Ogni tanto avevo un senso di nausea che mi pervadeva, non mangiai nulla a colazione e mia madre fu restia a lasciarmi uscire di casa. Io naturalmente cercai di non farle vedere il mio malumore e non l’ascoltai. Tutto, quella mattina, sembrava diverso. Non riuscivo a correre per arrivare all’edificio, infatti vi giunsi con più di un quarto d’ora di ritardo, saltando la prima ora di lezione. In quell’arco di tempo, rimasi sempre chiusa in bagno, avevo continue nausee e vertigini. Ero sicura che quel malessere fosse dato da un’indigestione, ma non avevo mangiato nulla che potesse procurarmi un così fastidioso malessere. Ero pallida in viso e avevo gli occhi molto spenti. Uscii dal bagno senza prestare molta attenzione e infatti urtai un ragazzo che camminava dalla parte opposta alla mia. Quello sbandamento improvviso mi fece vacillare tremendamente e se non fosse stato per lui sarei svenuta cadendo pesantemente a terra. Mi sentii afferrare con forza e sollevare dolcemente. Fu una sensazione molto piacevole e volli abbandonarmi completamente a quella calma, che mi stava conquistando, ma non potei: una voce calma e dolce mi chiamava anche se io facevo fatica a vedere da dove provenisse per questo non l’ascoltai oltre, chiusi gli occhi completamente e non so per quanto tempo mi feci cullare da quel tenero tepore.
Mi svegliai e sentii sulla mia pelle la freschezza del vento e la comodità di un letto, ma non ero nella mia stanza come quando ci si risveglia da un brutto sogno godendo del fatto che ciò che è appena vissuto non era vero. In realtà quel letto, non era altro che una fredda branda della spoglia infermeria dell’istituto scolastico. Quella piccola delusione mi fece tornare in mente il malessere e il ragazzo che avevo letteralmente travolto, lui probabilmente mi aveva portato qui, infatti riuscivo ad udire, anche se molto confusa, la voce di un ragazzo e quella dell’infermiera di turno quel giorno, che tra l’altro non riuscivo a riconoscere. Il ragazzo stava chiedendo di me, ma io decisi di non avvertirli del fatto che avevo ripreso i sensi e richiusi gli occhi appena sentii il suono dei passi che si avvicinavano e vidi una mano che apriva lentamente la tendina tutto intorno alla branda. Da quel momento non vidi cosa accadde, ma sentii il ragazzo che sospirò profondamente dicendo a voce molto bassa che ancora non mi ero ripresa, poi quello che accadde dopo mi lasciò perplessa e intimidita. Sentii sul mio viso la sua mano che mi accarezzava dolcemente, era molto calda e liscia, mi toccava con una delicatezza quasi sovrumana, poi a poco a poco sentii come un calore improvviso arrivare fino alle mie guance e mi resi conto che era il suo respiro che sentivo su di me. Avrei voluto aprire gli occhi e scacciarlo, ma non riuscivo a farlo, mi sentivo come immobile e lasciai che continuasse ad accarezzarmi. Ad un tratto sentii nuovamente la sua voce che mi parlava, mi disse dolcemente che non riusciva a credere che fossi davvero una ragazza fredda e distaccata e che avrebbe voluto tanto stare con me per più tempo. Smise di parlare e io sentii le sue calde labbra sfiorarmi prima la fronte, come se un padre affettuoso stesse consolando la propria figlia, poi le sue labbra arrivarono fino alle mie e mi diede un leggero bacio prima di andarsene. Solo allora aprii gli occhi e cercai di fermarlo. Lui si voltò verso di me e per la prima volta riuscii a vederlo in viso. Aveva degli occhi dolcissimi di un bel verde smeraldo e mi sorrise, come se non avesse fatto nulla. Io rimasi a guardarlo e tutto quello che avrei voluto dirgli svanì di colpo. Lui sorrise di nuovo e avvicinò una sedia al lato del letto, mi prese per le spalle e mi mise seduta sulla branda scricchiolante, continuando a ridere. Molto probabilmente aveva intuito il mio imbarazzo e per questo parlò prima di me.
- Sembra come la favola di Biancaneve risvegliata dal bacio del suo principe, solo che Biancaneve ora si chiama Dafne e sta probabilmente per picchiarmi! -
Stranamente quella battuta mi fece sorridere e invece di rispondere alla provocazione gli chiesi semplicemente qual’era il suo nome.
- Mi chiamo Matt. Prima mi sei piombata addosso e ho visto che non stavi bene, ti ho portato qui per aiutarti e adesso che stai meglio ho riscosso la mia parcella. -
- Allora i tuoi servigi hanno un prezzo, ma non dovresti chiedere prima di riscuotere?-
Cercai di assumere un tono severo nei suoi confronti, ma non servì a nulla. Matt continuò a sorridere e mi rispose che se me lo avesse detto io non avrei mai accettato e che quindi, almeno per lui era andata benissimo così. Dopo questa sua uscita così simpatica, nonostante tutto, rimanemmo a parlare per molto tempo, non facendo riferimento al bacio che c’era stato. Mi raccontò molte cose di se, aveva messo su un piccolo gruppo musicale che si riuniva spesso per provare qualche canzone, ma stavano cercando qualcuno che cantasse ed era per questo motivo che sapeva il mio nome e mi stava cercando. Mi chiese se volevo provare una canzone con loro e che, se mi fosse piaciuto, avrei potuto rimanere. Naturalmente Matt sapeva che ero dotata nel canto e chiedendomi questo andava sul sicuro. Inizialmente ero perplessa poi accettai, stupendomi di me stessa per essere stata così sincera.
Da quel momento provammo per ben cinque volte alla settimana e un giorno Matt mi disse che avevano organizzato a scuola una piccola festa per le vacanze natalizie dove si erano offerti di suonare. Non ero sicura che fosse una buona idea, ma accettai. Tra me e Matt si era istaurata una buona amicizia, nessuno dei due tornò mai sul fatto del bacio in infermeria, era come se per lui non fosse accaduto nulla. Un po’ questo comportamento mi infastidiva, ma non volevo rovinare il rapporto tirando fuori questa storia così all’improvviso e non ne parlai più neanche io. Per la festa ci preparammo molto duramente e devo dire che le canzoni erano molto carine, in particolare una era a mio parere la migliore. La melodia era molto semplice, Matt suonava la chitarra accompagnati dal suono non molto marcato della batteria. Era una canzone molto dolce, di cui però non ricordo più ne il titolo ne le parole, so solo che ogni volta che cantavo, le parole producevano un sussulto dentro di me, avevo i brividi e il mio cuore batteva velocemente, come a ritmo della musica. Matt diceva sempre che ero fantastica e quella canzone era fatta apposta per me, ma io mi sentivo sempre molto triste non appena mi rendevo conto che la musica stava finendo, mentre avrei voluto cantare per ore e ore senza fermarmi mai.
Il giorno della festa della scuola era arrivato. Strano a dirsi, ma ero molto emozionata, continuavo a schiarirmi la voce, come se avessi paura di non riuscire a parlare. L’ansia da esibizione però non era l’unica cosa che mi faceva stare agitata, quella notte non avevo dormito bene e al mattino mi ero svegliata di soprassalto, mentre lo strano malessere che mi aveva colpito il giorno che conobbi Matt si fece risentire. A volte avevo dei capogiri, mia madre se ne rese conto, ma mi disse solo che era l’agitazione. Io non le credevo…
Uscii di casa e aspettai davanti al cancello che Matt passasse a prendermi. Il giorno precedente mi disse che doveva dirmi una cosa importante prima di andare alla festa e che non poteva più aspettare. Sarebbe passato a prendermi verso le sette e mezzo di mattina con la sua auto e mi avrebbe portato al garage a prendere la chitarra e parlare con tranquillità dato che la festa sarebbe iniziata soltanto alle dieci.
Dato che non mi sentivo molto bene, non pensai molto a quello che Matt doveva dirmi e inizialmente non mi interessava affatto, anche se mentre lo aspettavo davanti casa, iniziai a sentire dentro di me una strana sensazione, l’agitazione che già avevo per lo spettacolo si stava trasformando in qualcosa che non riuscivo a capire bene. Quando vidi una piccola macchina blu arrivare dalla strada e rallentare in prossimità di casa mia, feci un lungo sorriso ed ero molto felice, Matt aveva preso la patente da tre mesi soltanto, ma sapeva guidare molto bene e mi fidavo ad andare con lui, anche se quella per me era la prima volta che salivo sulla sua macchina. Il blu era il suo colore preferito e non mi stupii che avesse comprato un auto proprio di quel colore. Quando salii a bordo sentii l’odore di nuovo e pulito che emanavano i sedili in pelle. Lo guardai negli occhi chiedendogli se era agitato per la festa, ma riuscii a vedere nel profondo del color smeraldo, solo una grande determinazione e sicurezza che mi lasciarono molto a disagio. Rimasi in silenzio per tutto il viaggio e anche lui non parlò fino a quando non mi accorsi che eravamo in prossimità del garage, Matt si voltò verso di me sorridendomi e mi disse:
- Finalmente siamo arrivati…mi è sembrato come se il tempo non passasse mai. -
Quella frase fu seguita da un lungo sospiro liberatorio. Il suo comportamento verso di me però era freddo e distaccato, questo mi lasciava molta malinconia, credevo di essere finalmente riuscita a cambiare il mio carattere avendo conosciuto un ragazzo così dolce che era diventato mio amico e che…che mi aveva baciato lo stesso giorno che ci siamo conosciuti. Quell’episodio l’avevo quasi rimosso dalla mia mente, dato che Matt non era mai tornato sull’argomento e io non volevo pensarci per non rovinare un rapporto sincero che si era istaurato, nonostante me.
Scesi dall’auto e mi avvicinai a Matt silenziosamente, volevo chiedergli perché si stava comportando in un modo così strano, ma non riuscii a dire nulla. Lo seguii nel garage, Matt accese la luce e poi chiuse dietro di se la saracinesca senza fare molto rumore, poi si avvicinò a me continuando a guardarmi negli occhi senza però parlare.
- Matt cosa c’è che non va? Se sei agitato per lo spettacolo… lo sono anche io in realtà e… -
Lui mi prese la mano bloccando le mie parole, il mio cuore batteva veloce e sentivo le mie guance calde che mano  a mano arrossivano. Non mi era mai successo prima ed ero molto imbarazzata, ma più pensavo questo e più avevo caldo. Solo accorgendosi di questa mia strana reazione, Matt mi sorrise. Ora riuscivo a riconoscere il mio amico, i suoi occhi si erano addolciti ed erano luminosi come sempre, il suo viso si era rilassato e bello. Mi accarezzò la guancia teneramente e avvicinò il suo viso al mio.
- Sei bellissima quando arrossisci, dovresti farlo più spesso sai? -
Non sapevo cosa dire, dentro di me le emozioni erano mescolate e io ero nel caos più assoluto. Sentivo il suo respiro su di me, come quando mi baciò in infermeria e solo ripensando a questo riuscii a capire a cosa stava probabilmente pensando lui in quel momento.
- Ho sentito tante cose su di te, che sei fredda e distante, antipatica, vanitosa, presuntuosa e tante altre…-
Avrei voluto dirgli di smetterla, che quella frase poteva anche risparmiarsela in quella circostanza, invece non dissi nulla e rimasi ad ascoltare la sua voce dolce che stava finalmente per dire quello che anche io attendevo con ansia.
- …tu non sei nulla di tutto questo, sei una ragazza fantastica e molto dolce. Il nostro primo bacio te l’ho dato a tradimento mentre dormivi, ora invece voglio che anche tu sia partecipe a questo momento. Voglio dirti che ti amo e…-
Non gli lasciai finire la frase, mi avvicinai a lui e lo baciai. Le sue labbra rimasero per un istante ferme mentre lo toccavo con le mie, forse preso dalla sorpresa della mia reazione, poi finalmente sentii cosa si prova ad essere baciata dalla persona che anche io amavo. Fu bellissimo, lui continuava a baciarmi mentre mi accarezzava il viso e mi toccava i capelli con le sue mani e io lo strinsi sui fianchi come se avessi paura che potesse staccarsi da me e andare via. Non lo avrei permesso, sarebbe rimasto tutto così per molto tempo. Improvvisamente Matt mi spostò dolcemente, facendomi sedere a terra, lui si distese accanto a me e mi baciò di nuovo guardandomi negli occhi. Non parlò, ma i suoi occhi esprimevano tutto come se fossero lo specchio dei suoi sentimenti. Istintivamente, come se fosse una cosa a me naturale, presi la sua mano e la portai sulla mia coscia, lui mi guardò iniziando ad accarezzarmi dolcemente e spostandosi leggermente sopra di me. Non avrei mai pensato di poter essere così audace invitandolo a continuare, ma in quel momento l’unica cosa che volevo era rimanere tra le sue braccia e infatti così accadde. Lo sentivo sopra di me, mi stringeva forte a se mentre io cercavo in lui come un riparo, stringendolo ancora più forte. La sua mano sulla mia gamba era calda e dolce, mi toccava con delicatezza aspettando che fossi io a dirgli di continuare e diventare più audace di così. Mi prese con un braccio, spostandomi di peso e facendomi sdraiare a terra completamente, io gli slacciai velocemente la camicia nera e aderente, che a me piaceva tanto, mentre lui si limitò a tirar su il vestito azzurro che indossavo. Poi si fermò improvvisamente, cercando una conferma nei miei occhi, io risposi continuando a baciarlo dolcemente e lui capì. Stavamo lì, sdraiati a terra nel momento più bello e profondo di tutta la mia vita, sentivo un calore dolcissimo dentro di me che diventava mano a mano più forte e anche lui lo sentiva, mentre il suo respiro si faceva più affannoso, le sue mani su di me sempre più vigorose. Restammo chiusi per molto tempo e in quel garage mi legai a lui per sempre, era questo quello che volevo e ne ero più che felice. Purtroppo i momenti belli devono finire come tutte le cose. Fui io ad accorgermi di che ore fossero e che eravamo in ritardo per l’inizio della festa. Lo avvertii del ritardo e ci rivestimmo in fretta, tanto che Matt indossò la camicia al rovescio e dovetti fermarlo e vestirlo bene, come una mamma fa con suo figlio. Io dovevo però tornare a casa per prendere l’abito che avevo scelto di indossare per il concerto e lui sorridendomi mi riportò velocemente verso la sua auto per portarmi a casa. Mi sentivo un po’ in imbarazzo in quel momento, mentre lui finiva di rivestirsi e io lo osservavo, aveva gli occhi più dolci che gli avessi mai visto e li mi resi conto davvero che cosa avevamo fatto e che avrei voluto ripetere il prima possibile…
Continuare a raccontare mi fa male e non vorrei, ma ho deciso di scrivere tutto e devo farlo. Non ricordo bene cosa accadde…
Eravamo in ritardo, ma non eccessivamente, Matt procedeva con una velocità entro i limiti, ma era molto agitato. Prese una via più veloce per arrivare a casa mia, quella strada costeggiava un piccolo dirupo sulla nostra destra, ma non era la prima volta che facevamo quella pista. Solo che questa volta fu diverso: davanti a noi vedemmo arrivare un auto che procedeva a una velocità folle, Matt iniziò a suonare con il clacson per avvertire l’autista che stava per venirci incontro, ma fu inutile. Sterzò di colpo per evitare di scontrarsi frontalmente con l’altra vettura, ma non abbastanza velocemente. L’altra auto colpì la fiancata di Matt che perse il controllo, la macchina svoltò verso destra e cadde nel dirupo. Rivedo adesso gli occhi di Matt spaventati e sento le mie lacrime bagnare la sua maglietta. Voleva proteggermi e mi strinse forte per non farmi colpire dai vetri del parabrezza che si disintegrò in un secondo. Molto probabilmente fu un albero a fermare l’auto, perché ricordo il rumore del metallo piegarsi di colpo e mi sentii in quel momento chiusa in una morsa tra il sedile, Matt e il parabrezza rientrato completamente nell’auto. Ero coperta di sangue, mio e di Matt e sentivo dolore dappertutto. Sentii la vita del ragazzo, che stringevo e che mi aveva protetto, scivolare via da me lentamente. Matt cercava di calmarmi, dicendovi con voce bassa e spezzata dal dolore, che stava bene e ci avrebbero aiutati, ma non era così…vidi gli occhi di Matt spegnersi lentamente, cercai di stringerlo per impedire che andasse via, ma non ne fui capace, non riuscii a salvarlo… Piansi poi chiusi gli occhi per abbandonarmi e raggiungere Matt… morii per rivivere nuovamente…

Nuovi incontri…

Ancora oggi, dopo aver vissuto tutto, non sono ancora riuscita a capire cosa successe quel giorno. Sentivo su di me il dolore di quell’incidente e nel mio cuore si stava chiudendo un velo, come per coprire una ferita troppo profonda per provare a rimarginarla. Sentii sul mio viso il sole che cercava di riscaldarmi, ma il sangue che avevo perso aveva ridotto il mio corpo in condizioni troppo gravi per potersi concedere un po’ di calore. Pensai di essere stata sbalzata fuori dall’auto, dato che riuscivo a stento a sentire sotto di me l’erba morbida del mattino. Volevo aprire gli occhi, per vedere le condizioni dell’auto, ma il sangue che era fuoriuscito dalla testa, mi copriva completamente la vista. Mi sforzai di muovermi e solo allora mi resi conto che non riuscivo a muovere le gambe. Solo allora mi sentii sommersa dalla paura e questo mi bloccò completamente. Chiusi gli occhi e mi abbandonai completamente, non pensai neanche un attimo a Matt, ero sicura che quando lo stringevo lo avessi sentito scivolare via da me, e provare a chiamarlo per non ricevere alcuna risposta, mi avrebbe distrutto, più di quanto già non lo fossi. Il mio cuore era rotto in mille pezzi, non si sarebbe più rimarginato…
Mi stavo abbandonando completamente, quando avvertii qualcosa. Percepii come un leggero movimento alle mie spalle, ma non potevo voltarmi, ne girarmi supina per potermi rendere conto se quel rumore fosse di qualche animale o umano. Improvvisamente sentii qualcuno che parlava e mi sentii stringere forte e sollevarmi da terra. Non aprii gli occhi, non ci riuscivo, ma volevo vedere chi fosse. Mi stava portando via da li, riportandomi alla mente il primo giorni in cui conobbi Matt. Solo ora riesco a riflettere lucidamente su cosa accadde, sul perché di tutti quei malanni, loro mi avevano fatto conoscere l’unica persona che avessi mai amato e loro me lo avevano tolto…  Mi rilassai e persi nuovamente i sensi.
Quando mi svegliai ero sdraiata su un letto, era molto scomodo e mi resi conto che non ero in un ospedale. Le pareti che mi circondavano erano fatte di legno, come le capanne che si trovano in montagna, quelle vecchie che non sono più abitabili, ma questa invece era pulita e ben tenuta, non c’erano mobili tranne il letto e un piccolo comodino dove c’era posata una bacinella con dell’acqua e un panno sporco di sangue. Cercai di mettermi seduta, ma in quel momento ebbi un terribile capogiro e vi rinunciai. Mi tornò alla mente il fatto che quando ero stesa a terra dopo l’incidente, non ero riuscita a muovere le gambe, provai in quel momento ad alzarne una, ma anche questa volta fu tutto inutile e un dolore lancinante mi percorse la schiena, allora iniziai a piangere. Quel forte dolore, la perdita che avevo subito e il fatto che non riuscissi a capire dove mi trovassi, mi stavano davvero distruggendo. Sentivo un vuoto dentro di me che non avrei più potuto colmare, non sarei più stata felice e questi pensieri mi riportarono alla mente Matt più che mai, ricordavo la sua voce, le sue carezze su di me e i suoi baci. Perché era successo tutto questo, perché la vita mi aveva fatto conoscere tanta felicità per poi farmi tornare ad essere di nuovo sola. Strinsi forte le lenzuola del letto, mentre le mie lacrime le bagnavano, cadevano dai miei occhi senza che riuscissi a controllarle, in pochi secondi avevo perduto tutti i giorni trascorsi con lui, tutti gli istanti indimenticabili che non mi avevano fatto sentire sola, ma importante per qualcuno che mi guardava in modo diverso e che veramente mi conosceva. Tutto mi era stato tolto, portato via con la forza… perché non ero morta insieme a lui?…
Mentre piangevo non potevo non chiedermi come fossi finita in quella casetta, non ricordavo delle abitazioni singolari come quella  sulla strada che Matt aveva preso per andare alla festa. Era tutto così strano e solo pensarci mi faceva stare male. Provai a chiedere aiuto, ma non rispose nessuno alla mia richiesta. Chi mi aveva portato li però si era preso cura di me e delle mie ferite, avevo una benda intorno alla testa, intorno alla vita e alla gamba destra, oltre a tante ferite più leggere provocate dal vetro che si era frantumato e molti ematomi. Non avevo nulla con cui guardarmi, ma dovevo proprio avere un brutto aspetto. Quello che però mi faceva più male era sapere che non potevo muovere le gambe, forse non avrei più camminato in tutta la mia vita. Anche se quella che mi si prospettava davanti non doveva essere una bella vita, paralizzata e vuota nel cuore. Perché dovevo soffrire così tanto?
Continuai a guardare quella austera stanzetta senza riuscire a capire il perché, chiunque mi avesse soccorso, non mi aveva portato in ospedale. Non pensai all’eventualità che potessi essere stata presa da qualcuno con male intenzioni. In quel momento, non so perché venni sorpresa dalla rabbia, quella situazione era molto frustrante e i miei nervi erano al limite della sopportazione. Iniziai ad agitarmi in quel letto che stavo cominciando ad odiare e quei movimenti molto scoordinati mi fecero cadere. Rotolai giù dal letto come un sacco pieno, il tonfo che produssi era quasi irreale, ma il dolore che mi provocò fu molto concreto e lancinante, da togliermi il respiro per un po’ di tempo. Mentre cercavo di non svenire dal dolore, sentii un calore alle tempie, era sangue, la ferita si era riaperta a causa del colpo, ma non mi importava. Piangevo e gridavo, cercavo di strisciare fino alla porta che vedevo, ma riuscivo solo a muovermi di pochi millimetri. Gridavo perché avevo dolore, avevo paura e volevo lui..
- Matt!!!-
Fu questa l’unica parola comprensibile che riuscii a pronunciare in quel momento, ripensandoci adesso, credo di essere stata una sciocca ad agitarmi in quel modo, peggiorai solo la mia situazione in quanto si riaprirono quasi tutte le ferite, che mi avevano medicato, ma in quel momento non riuscivo a ragionare, chi ne sarebbe stato capace. Continuai a muovermi fino a che non mi sentii venir meno, i miei occhi non vedevano più oscurati dalla rabbia e dal sangue che usciva dalla ferita sulla fronte, poi accadde qualcosa, ci fu una scena che mi straziò il cuore, fu come ritornare a quel giorno a scuola, mi sentii sollevare dolcemente, e pensai davvero che fosse Matt, per questo sorrisi e per questo dissi ti amo ad una persona che in realtà non avevo mai visto, ma che in quel momento sembrava davvero lui.
Non so per quanti giorni rimasi priva di conoscenza, ma per tutto quel tempo qualcuno si prese cura di me amorevolmente, ero davvero in condizioni molto gravi, poi un giorno sentii su di me il calore del sole, i suoi raggi mi colpivano dolcemente il viso e riuscii ad aprire gli occhi. Questa volta il mio risveglio fu più dolce rispetto al precedente, evitai di agitarmi ulteriormente e mi guardai ancora intorno con gli occhi per capire se mi trovavo ancora in quella casetta o avevo sognato tutto ed ero in ospedale. Non avevo sognato, ero ancora sdraiata in quello scomodo lettino, ma stavolta non ero sola, sentii al mio fianco come uno strano peso che mi impediva di muovere le braccia, poi mi resi conto che accanto a me, seduto su una vecchia sedia e con la testa appoggiata sul letto, stava dormendo un ragazzo. Dormiva profondamente e cercai di non svegliarlo, in effetti avevo un po’ paura di lui, non sapendo chi fosse e perché mi aveva curato pensai al peggio, ma in fondo sembrava solo un ragazzo della mia età che per la stanchezza di aver vegliato su di me incessantemente, si era involontariamente addormentato accanto a me. Rimasi immobile ad osservare il soffitto, era tutto molto strano e misterioso, sembrava essere tornati indietro nel tempo, la casa in legno, il ragazzo che mi aveva accudito vestito in modo molto strano…nel pensare a questo mi scappò come un leggera risata, ma più che di felicità sembrava isteria. Nonostante cercai di soffocare quel rumore, il solo sibilo che produsse bastò a destare dal sonno il ragazzo, che aprì gli occhi velocemente e scattò a sedere sulla sedia. Io lo osservai un po’ stupita, aveva tutti i capelli fuori posto e con l’aria stanca e gli occhi arrossati, mi guardò sorridendo. Quella reazione alimentò ancora di più il mio isterismo e iniziai a ridere, per non piangere. Il ragazzo arrossì leggermente cercando di nasconderlo, pensando che stessi ridendo di lui, ma non era così. Cercò di darsi una sistemata e mi rimboccò le coperte dolcemente, poi per la prima volta parlò, e la sua voce mi ferì profondamente, tanto che sbarrai gli occhi dallo stupore.
- Finalmente ti sei svegliata? Mi fa piacere vedere che hai la forza di deridermi!-
La sua voce era identica, o forse ero io che mi immaginavo tutto, a quella di Matt. Avevo quasi accantonato l’incidente e ero riuscita a dimenticare quella brutta sensazione, invece lui lo fece riaffiorare così velocemente che non riuscii a resistere e iniziai a piangere, le lacrime uscirono spontaneamente dai miei occhi e lui ne rimase sorpreso tanto che il suo sguardo, da buono e gentile, diventò cupo e triste, come se volesse accompagnarmi nel dolore di quel momento. Nessuno dei due aprì bocca, nella piccola stanzetta regnava il silenzio interrotto soltanto da qualche singhiozzo e lamento proveniente da me. Lui cercò di dirmi qualcosa, allungò per un secondo la mano verso di me, ma la ritrasse subito, era una situazione strana ed imbarazzante, avevo iniziato a piangere improvvisamente e non sapendo il perché quel giovane non era neanche in grado di dirmi nulla. Lo vidi mentre si alzava dalla sedia, aveva lo sguardo triste e mi dispiaceva un po’ anche per lui, stava andando via, riteneva forse più saggio lasciarmi sola in quel momento, ma io lo fermai. La mia voce mi risultò strana alle orecchie, era spezzata e roca, anche a causa del fatto che forse non bevevo da giorni.
- Dove…dove mi trovo?-
Solo questo riuscii a dire, tra una lacrima e l’altra. Anche se ormai lui era accanto alla porta e io non riuscivo più a vederlo, mi accorsi che si era fermato di colpo al suono della mia voce e mi resi conto che stava tornando indietro da me. Si sedette nuovamente sulla sedia e io lo seguii con gli occhi, la sua espressione non era cambiata. Mi porse un piccolo panno di cotone per asciugarmi gli occhi, ma non volli prenderlo, dopo il mio rifiuto lo appoggiò sul piccolo comodino a mi guardò. Stava sicuramente cercando le parole giuste da dirmi, ma a me non piaceva quel comportamento, mi infastidiva quando qualcuno si tratteneva nel parlare, per me non era una persona sincera, ma non reagii anche se ero abituata a farlo, rimasi zitta e aspettai che parlasse.
- Questa è casa mia, ti abbiamo trovata cinque giorni fa nel bosco, era ferita molto gravemente…sarai stata aggredita, capita spesso di questi tempi purtroppo…-
Mi voltai dalla parte opposta, la sua risposta era vaga e molto strana e non mi andava di sentire scuse bizzarre, quindi fui schietta, fredda e concisa.
- La macchina? Insieme a me c’era un'altra persona, dov’è? Perché non mi avete portato in ospedale?-
Sentii in lui un sensazione di disagio crescere lentamente, mi accorgevo sempre quando qualcuno si trovava in imbarazzo con me, non era di certo una situazione nuova, ma aspettai che rispondesse.
- Eri sola quando ti abbiamo visto, non c’era nessuno…-
Non aveva risposto alle mie domande e quando qualcuno cercava di sviare un argomento, mi infastidiva ancora di più, le mie reazione sono sempre state molto impulsive e anche questa volta fu così, infatti mi arrabbiai, lo guardai negli occhi girandomi di scatto, ero furiosa e lui se ne rese conto.
- No che non lo ero, c’era un auto e un altro ragazzo dentro… abbiamo avuto un incidente! Perché sono qui invece che in ospedale, chi diavolo sei tu?-
Gridai forte che la gola mi fece male, mi alzai anche mentre parlavo, ma come al solito avevo agito d’impulso e quella reazione mi costò cara, ebbi un capogiro molto forte e per poco non persi i sensi sbilanciandomi in avanti, ma lui fu lesto nei movimenti e mi abbracciò dolcemente, sorreggendomi. Nonostante avessi avuto quella reazione sgradevole lui non era offeso o arrabbiato, bensì mi strinse delicatamente a se cercando di farmi calmare, mi appoggiò una mano sui capelli accarezzandomi, e l’altra la passò sotto il braccio toccandomi la schiena, quella situazione mi ricordò ancora il passato e stetti ancora più male, continuai a piangere cercando conforto in quel giovane che neanche conoscevo, appoggiai la fronte sul suo petto, riuscendo a sentire i battiti del suo cuore così veloci per l’agitazione e chiusi gli occhi, mentre le lacrime mi bagnavano incessantemente il viso e la sua camicia bianca.
- Mi dispiace che tu abbia perso qualcuno a cui tenevi, lo hai cercato tante volte in questi giorni…io non so come aiutarti in questo, sono stato capace solo di curarti le ferite. Questi sono tempi duri e molte persone si trovano nella tua stessa situazione, ma devi reagire e cercare di superare…-
Mentre lo sentivo parlare iniziai a muovere leggermente a testa in segno negativo, non volevo dimenticare l’unica persona che mi era stata vicina, non volevo e non potevo, ma lui per calmarmi mi strinse ancora e poi mi fece sedere sul letto lentamente e si alzò dalla sedia allontanandosi. Arrivato alla porta si fermò un secondo, si voltò, sorrise e mi disse il suo nome: William, poi uscì. Mi lasciò sola, riuscivo lentamente a sentire il mio viso caldo che arrossiva, mi era capitato solo con Matt fino ad ora e lui me lo riportava alla mente. Non lasciai quello scomodo letto, per una decina di giorni ancora e in quel periodo avevo parlato molte volte con William, che continuava ad accudirmi e riusciva a sopportare tutte le mie crisi di pianto e le mie grida quando non accettano come stavano in realtà le cose. Dov’ero? Questa ancora oggi faccio fatica a capirlo, non ero nella mia città, mi trovavo in un piccolo paesino dal nome strano, Mistre, che non avevo mai visto ne sentito nominare, ogni volta che parlavo di auto o ospedale, William assumeva un aria strana e perplessa, non sapeva neanche cosa fossero e più di una volta pensai che mi stesse solo prendendo in giro. Nonostante in tutti quei giorni non avessi visto altro che lui, William mi raccontò che aveva una sorella, Leila, era stata lei a vedermi quel giorno nel bosco, mi avevano trovato e portato via, ma io non l’avevo ancora mai vista. In più di un occasione, pensai che William non fosse che un pazzo che approfittando del mio incidente mi avesse rapita e mi stesse nascondendo dalla polizia che mi stava sicuramente cercando, ma in quei giorni di convalescenza non mi importava poi molto della mia vita, avrei desiderato più volte di morire presto per togliermi dal cuore una sensazione spiacevole come può essere quella di perdere una persona amata e una volta ne parlai con lui. In effetti fu più uno sfogo involontario che una conversazione, ma William aveva pazienza nei miei riguardi e fu quel giorno che mi resi conto di come fosse quel ragazzo, fu la prima volta che lo guardai veramente. William era molto alto, aveva i capelli di un castano molto strano, che con la luce giusta a volte sembravano biondi, sulla guancia destra aveva una cicatrice, che gli conferiva un aspetto molto interessante e un fisico molto atletico e muscoloso, anche se a prima vista non sembrerebbe, ma la cosa che mi colpiva di più erano i suoi occhi, erano grigi un colore mai visto prima, con il sole a volte sembravano brillare come diamanti, più di una volta lui si accorse di questo mio interesse per i suoi occhi, ma non ne parlammo mai. Quel giorno però erano scuri mentre ascoltava la mia storia per l’ennesima volta, ma solo in quell’occasione mi diede una risposta.
- Io non so cosa risponderti, ma quando io e Leila ti abbiamo trovato eri ferita molto gravemente e questo lo sai anche tu, dato che non riesci ancora a riprenderti… ma eri sola. Non c’era ne quella macchina ne nessun altro, sei stata aggredita da qualche essere, ti ho detto che capita molto frequentemente. Questo è un posto molto pericoloso demoni di ogni sorta si aggirano nei boschi e qualche volta attaccano questo piccolo paese, perché siamo isolati dal resto del mondo, la città più vicina si trova a due settimane di distanza e a piedi è impensabile arrivarci, moriresti prima. Noi sopravviviamo come possiamo e ci difendiamo da loro.-
Era una storia assurda che mi ripeteva da giorni ormai, non conosceva nulla di quello che gli dicevo, neanche il nome della mia città e soprattutto io non gli credevo, per questo ogni volta lasciavamo perdere il discorso perché non ne volevo più parlare e rimanevamo in silenzio per un po’ fino a quando lui si alzava e andava via rassegnato, ma prima di uscire ripeteva sempre che dovevo alzarmi dal letto. Per lui era semplice, ma io non riuscivo a muovere le gambe e lo sapeva bene, gli avevo ripetuto che non avevo sensibilità e che sarei rimasta paralizzata per sempre, ma William naturalmente smentiva tutto ciò che dicevo e questo mi faceva saltare i nervi. Ormai erano passate circa tre settimane e iniziavo a non sopportare più quel letto, lo stare ferma a farmi accudire da un ragazzo che mi aiutava in tutto, anche nelle cose più intime se così si possono definire e io non ce la facevo più, mi sentivo una sciocca ed ero anche stufa di sentirmi ripetere che dovevo alzarmi, tanto che alla fine ci provai. Le mie ferite erano del tutto guarite, ne rimaneva una al petto ancora caparbia che non accennava a richiudersi e che mi avrebbe lasciato un cicatrice sul seno dalla parte destra… se mia madre l’avesse notata sarebbe stata capace di spendere una fortuna pur di farla sparire, si mia madre! Mi mancavano tanto lei e le sue manie, chissà se mi stava cercando? Feci un lungo sospiro per prepararmi a ciò che dovevo fare, quel gesto così consueto ora sembrava essere il più difficile della mia vita, ma dovevo farlo a tutti i costi, per questo mi legai il lenzuolo sopra il seno tirandolo via da sotto il materasso dove tutte le sere lo fermava William per farmi stare comoda e al caldo. A parte le bende che mi coprivano leggermente non indossavo nulla e questo mi fece nascere un imbarazzo che non avevo mai provato, William mi aveva vista sempre in quelle condizioni e mi ero abituata alla situazione, invece in quel istante, forse a causa del fatto che volevo alzarmi, mi sentivo in imbarazzo. Cercai di riprendere il controllo delle mie emozioni e ci provai, mi voltai verso la sponda del letto con le gambe a penzoloni verso il terreno. Le sentivo pesanti e immobili, ma volli provare ad ogni costo, mi spostai in modo da appoggiare i piedi a terra, ma se non lo avessi visto, non avrei capito che già toccavano il pavimento, non riuscivo a sentire nulla, non avevo alcuna sensibilità. Questo mi faceva male e avevo paura del fatto che non avrei camminato più! Talmente forte fu quel pensiero e l’angoscia che potesse avverarsi, che senza pensare mi lasciai andare e cercai di mettermi in piedi, ma non ci fu nulla da fare, le gambe non ressero il peso del resto del corpo e crollai a terra provando un dolore insopportabile dappertutto, ma soprattutto al cuore, era quella la parte lesa, con la caduta avevo realizzato che non c’era più speranza,avrei dovuto abituarmi per sempre a quella condizione di immobilità e dipendenza forzata verso qualcun’altro. Il suono che produssi fu sordo e anche molto imbarazzante, come un sacco pieno che viene buttato in un angolo bruscamente, ero sdraiata a terra reggendo il lenzuolo con una mano e cercando di coprirmi per rendere quella situazione meno spiacevole, sapevo che nel giro di pochi secondi sarebbe arrivato William ad aiutarmi ed infatti così fu. La porta davanti a me si spalancò di colpo e William entrò velocemente con uno sguardo spaventato per il rumore che aveva sentito. Mi vide a terra e corse ad alzarmi appoggiandomi nuovamente su quel dannato lettino. Non era la prima volta che mi prendeva in braccio di peso e mi portava via, ma ogni volta mi sorprendevo del fatto che non facesse il minimo sforzo nel sollevare un copro a peso morto, come se invece di una ragazza stesse raccogliendo un pezzo di carta. Ora ero seduta sul letto reggendo sempre il lenzuolo per coprirmi e lui si sedette davanti a me sulla sua solita sedia e mi fissava. Io spostai lo sguardo imbarazzata, sembrava arrabbiato con me per qualcosa e mi stava facendo arrossire dalla vergogna. Alla fine decisi di riprendermi da quella situazione e come sempre, quando mi trovo in una situazione spiacevole, non lo guardai direttamente in viso, non ci sarei mai riuscita in quella circostanza e risposi in modo freddo soprattutto altezzoso, come se la colpa della mia caduta fosse di William e non mia.
- Mi hai detto tu di alzarmi.-
Lui non rispose, rilassò la sua espressione appoggiandosi allo schienale della sedia e iniziò a ridere come per prendermi in giro, ma mi accorsi subitocce non era così, anzi era felice che avessi reagito in quel modo, un’altra persona forse si sarebbe scoraggiata, mentre io volevo riprovarci. Smise di ridere, rendendosi conto che ormai ero violacea in viso, mi prese dolcemente con una mano il mento, voltandomi verso di lui e sorridendo mi disse.
- Oggi è una bella giornata, ti faccio fare un giro io se vuoi alzarti!-
Mi aiutò a vestirmi porgendomi un piccolo abito simile a quello che indossavo quel giorno solo che era di un bel colore rosa chiaro, mi disse che lo aveva fatto fare a sua sorella per me dato che quello che indossavo io lo avevano gettato via, ma non era quello che mi interessava. In tutti quei giorni William mi aveva vista molte volte senza abiti e anche in quel momento, mentre mi toglieva le bende e mi faceva indossare l’abito, mai per una volta aveva osato toccarmi sbadatamente, era sempre preciso nei movimenti, in modo che non mi facesse sentire in imbarazzo nonostante la situazione ambigua. Mi porse una piccola spazzola in legno su cui era inciso il nome di Leila, la sorella che fino ad ora non avevo mai visto, quella doveva essere la sua camera e lei per far posto a me era andata da qualche altra parte. Mi pettinai un po’ cercando di assumere un aspetto decente e lo guardai dicendogli che ero pronta. Come suo solito, mi passò un braccio sotto le gambe e con l’altro mi preso dietro le schiena e mi sollevò dal letto, sembravo un bambina tra le braccia di suo padre, mi faceva sentire piccola e indifesa. Mi sorrise e iniziò a camminare uscendo dalla stanza dove avevo vissuto per tanti giorni, entrammo subito in un altro locale, che doveva essere la cucina e sala da pranzo: era tutto molto rustico e povero, con un tavolo in legno, poche sedie e una cucina vecchia; in quel momento però non mi interessava affatto, volevo solo uscire e rendermi conto di dove mi trovavo, respirare aria fresca e rilassarmi un po’ al calore del sole, solo questo e nulla di più. William aprì la porta spostandola con un piede e questa si spalancò velocemente mentre i raggi del sole mi colpirono gli occhi, che non essendo abituati a tutta quella luce, dovetti coprirli con una mano lamentandomi, allora lui rientrò velocemente in casa e si avvicinò al tavolo dicendomi di prendere il capello che era appeso alla spalliera della sedia, un vecchio copricapo di paglia che mi avrebbe riparato dal sole, lo presi ringraziandolo e lo misi in testa assaporando il dolce aroma di rose che emanava, forse anche quello era di Leila. In quel momento pensai che la ragazza doveva odiarmi dato che le avevo preso la camera, i vestiti e anche il fratello. Quel pensiero mi fece sorridere e William prese quell’espressione come un segno che ero pronta ad uscire. Tornò alla porta e lì mi trovai davanti agli occhi uno spettacolo bellissimo: il territorio che circondava la solitaria casa era fantastico, prati, colline e montagne pure, senza ombra di interventi umani, il cielo era limpido e soffiava una leggera brezza primaverile, l’aria era pulita e profumata, sembrava irreale tanto che mi commosse, facendo uscire una piccola lacrima.
- Non ti senti bene, vuoi rientrare?-
Feci di no con la testa e lo esortai a continuare a camminare, non ero né malata né triste, solo sorpresa, anche se non avevo la minima idea di dove mi trovassi, non conoscevo quel luogo e di sicuro non ero nelle vicinanze della casa di Matt, ma li intorno, fin dove occhio poteva vedere non c’era nulla a me conosciuto e vagamente famigliare, ma era bellissimo. William svoltò verso sinistra e mi fece osservare il piccolo paese, quello era Mistre, me lo indicò con lo sguardo a conferma che il villaggio esisteva davvero e che lui non si era inventato nulla di ciò che in quei giorni mi aveva descritto.
- Vuoi andare a visitarlo?-
Lo guardai stupita, non riuscivo a credere che potesse portarmi fin li tenendomi in braccio, ma chi era questo ragazzo, l’uomo d’acciaio? Lo stuzzicai.
- Se non rimani senza fiato prima, perché no!-
- Cosa credi che sono un debole, posso portarti anche correndo al villaggio!-
Risi a quell’affermazione e dissi che non ce n’era bisogno, volevo godermi il paesaggio finché potevo. William si mise in viaggio e mentre camminava mi descrisse il territorio, cosa c’era oltre le montagne a nord, oltre il bosco a est e in tutte le altre direzioni, conosceva bene la regione ed era molto preciso nelle descrizioni senza mai contraddirsi, fu quella sua precisione che mi infuse certezza. Mi trovavo in un luogo sconosciuto dove non sarebbero venuti a cercarmi, perché quella non era di certo la mia realtà.
- William?- lo fermai improvvisamente -…non voglio andare al villaggio oggi, perché non ci fermiamo in quel prato e mi fai sedere per favore?-
Per un attimo rimase sorpreso, poi acconsentì e si spostò nella direzione che gli avevo indicato. Arrivati mi appoggiò delicatamente a terra e lui si sedette al mio fianco sulla fresca e morbida erba profumata, osservando il cielo con i suoi begli occhi. Anche io ero persa nella purezza di quei luoghi, ma dovevo parlare con lui e chiarire tutta la situazione.
- Io non ho mai visto un luogo tanto bello, neanche in una foto o… forse neanche esiste!-
- Certo che esiste, ci sei come potrebbe essere altrimenti- mi guardò un po’ perplesso, ma vide subito nella mia espressione che qualcosa non andava - Vorresti tornare a casa tua non è vero?-
- Non so neanche da che parte sia casa mia, ti ho detto che ho avuto un incidente, no?-
- Si me lo hai raccontato e mi dispiace, purtroppo non si può stare tranquilli ormai gli attacchi dei demoni sono troppo frequenti per poter affrontare un viaggio lungo.-
- I demoni non esistono! – lo dissi decisa e ferma, assunsi un tono così strano che sorprese non solo William, ma anche me. - Cos’è che ti fa paura realmente?-
A quella domanda mi guardò con un espressione cupa, mi prese le braccia con le mani e mi spostò un po’ verso il suo viso, facendomi notare ancora di più la cicatrice che aveva sulla guancia.
- So che non ci credi, ma questa è un loro regalo, qui le cose vanno in modo diverso da dove vieni tu probabilmente, per questo non capisci, ma esistono e ci stanno distruggendo.-
Sembrava arrabbiato mentre parlava, forse avevo detto qualcosa che non dovevo e cercai di sviare la conversazione con una battuta.
- Sarà, ma quella cicatrice ti rende più affascinante.-
Mi lasciò le braccia arrossendo leggermente e rise, seguito da me. Rimanemmo in silenzio ad osservare il paesaggio, tanto che mi sentivo bene e serena in quella situazione e iniziai a canticchiare sottovoce qualcosa, lui se ne accorse e mi chiese di cantare per lui, acconsentii e lo vidi perdersi nel suono della mia voce, mentre cantavo. Quella era la prima volta che mi sentivo bene insieme a lui, ero tranquilla e non mi preoccupavo di nulla, avevo dimenticato ogni problema e volevo soltanto rimanere li con lui a cantare. Mi appoggiai alla sua spalla, chiusi gli occhi concentrandomi sulle parole, che mi uscivano spontaneamente e lui fece lo stesso, appoggiando la testa su di me e stringendomi la mano.
- Dafne…- mi disse appena la mia canzone fu finita, usò un tono di voce molto dolce e anche i suoi occhi lo dimostravano, erano chiari, proprio il colore che mi piaceva -…so che vorresti tornare a casa tua, ma…- si fermò un secondo respirando profondamente e dandomi il tempo di spostarmi da lui e cercarlo con gli occhi, eravamo l’uno di fronte all’altro e iniziai a temere la sua frase. In quell’istante la sua espressione era la stessa che aveva assunto Matt quel giorno al garage, che voleva dirmi?
-…vorrei tanto che tu restassi qui con me, saprei come proteggerti e farti guarire…non ti sto chiedendo nulla in realtà, solo non voglio perderti…-
Che significava quella frase, cosa voleva da me? Come dirgli che non ero pronta per stare con qualcuno, che il ricordo di Matt era vivo dentro di me, che non riuscivo a fare altro che ripensare alla mattina nel garage, quando mi sono concessa alla persona che amavo e che non sarei più capace di ripetere un gesto simile. Ero senza parole e non riuscivo a rispondere, tanto che se ne rese conto e il suo guardo si spostò al suolo, forse si sentiva sciocco o inopportuno ad avermi detto quelle cose, ma io non ero ne triste ne arrabbiata solo che non riuscivo a provare i suoi stessi sentimenti. Alzai il braccio e gli accarezzai il viso delicatamente, facendolo spostare verso di me, avevo gli occhi lucidi e di li a poco avrei pianto, ma cercai di trattenermi il più possibile.
- Sai cosa mi è accaduto e sai anche che ho perso una persona davvero importante, l’unica che è riuscita a farmi stare bene, che non mi ha trattata superficialmente, l’unica che abbia mai amato…- e a quella frase non resistetti e piansi mentre lui mi asciugò le lacrime con la mano delicatamente -…quello che tu mi hai detto e che hai fatto per me è importante, ma in questo momento vorrei solo avere qualcuno accanto a me che non mi chieda nulla in cambio, non chiedermi di ricambiare dei sentimenti che in questo momento non riesco a provare, ma ti voglio bene sappilo. -
Era la verità, gli volevo bene come ad un amico e in quel momento la mia risposta gli bastò, tornò ad essere il William di sempre il suo viso di rilassò e mi abbracciò forte sorridendo ed io ero felice per lui.
- Canteresti ancora per me, hai una voce bellissima e fino ad ora ti ho sentito solo piangere e gridare, che pensavo sapessi fare solo questo!-
Mi offesi leggermente per quella frase, giusto quanto bastava per farmi chiedere scusa e pregare di cantare ancora per lui, era quello che volevo sentirgli dire e lo accontentai, ma questa volta fui interrotta da una voce che chiamava William e vidi una figura correre verso di noi, con una mano alzata che salutava. Era una ragazza, che si avvicinò velocemente. Finalmente vidi per la prima volta la sorella di William. Leila era una ragazza molto bella, aveva i capelli corti davanti con una lunga coda dietro dello stesso colore di quelli di William, indossava un corpino rosso che le fasciava la vita e una gonna lunga dello stesso colore, alta e slanciata era semplicemente la versione femminile di William con l’unica differenza che lei aveva gli occhi azzurri. William si alzò velocemente correndole incontro e si abbracciarono, lui la alzò da terra e fece un giro su se stesso, facendo svolazzare la gonna della ragazza, più che la sorella in quel momento sembravano fidanzanti. La ragazza lo baciò sulla fronte e lo abbracciò ancora mentre lui la riportava a terra, poi lei si avvicinò a me sorridendo.
- Finalmente la nostra ospite si è svegliata ed è uscita, come stai? Io sono Leila, sorella gemella di William!-
- Io mi chiamo Dafne, William mi ha detto di te, ma non pensavo foste gemelli.-
- Spero che il mio fratellino ti abbia trattato bene, ad ogni modo ora che sono tornata puoi chiedere a me qualsiasi cosa di cui tu abbia bisogno.-
Sembrava una ragazza dolcissima e non era affatto arrabbiata, come avevo sospettato, sembrava simpatica e molto disponibile.
- Mi dispiace di aver occupato la tua stanza, devo averti procurato molto fastidio.-
- Non preoccuparti, ci sto così poco in quella casa, che ormai quella stanza è diventata per gli ospiti…puoi rimanere quando vuoi senza problemi, non sono molti quelli che sono sopravvissuti ad un aggressione da parte dei demoni e sono vivi, sei fortunata.-
Per un attimo mi rattristai, poi cercai di non farla rimanere in imbarazzo e sorrisi, ma William se ne accorse e la chiamò da dietro, Leila si voltò sorridendo e rispose, senza che lui le avesse chiesto nulla, notai subito che tra loro c’era una grande sintonia, infatti si capivano benissimo anche senza parlare.
- Si ho capito, ti farò un rapporto dettagliato stasera, ci vediamo da Shary dopo cena?-
- No facciamo da noi, non posso lasciare Dafne sola, avverti tutti.-
Leila fece un si con la testa, mi salutò calorosamente e corse via in direzione del villaggio. William mi si avvicinò e mi prese nuovamente tra le sue forti braccia, dicendomi che era ora di tornare a casa, ma prima espresse la sua intenzione di portarmi in un luogo molto bello.
- Dove vuoi andare?-
- Sei stata a letto per tanti giorni, credo tu abbia voglia di rilassarti con un bagno, conosco un luogo molto bello, fidati!-
William aveva ragione e in quel momento mi vennero alla mente tutte le volte che veniva in camera con una bacinella d’acqua e una spugna per rinfrescarmi un po’ dato che ancora non potevo muovermi, invece ora potevo concedermi un bagno decente.
Si incamminò verso il bosco e per un attimo ebbi paura, ma lui mi rassicurò dicendo che il luogo dove mi avrebbe portato era forse uno dei più sicuri che esistevano, infondo tutto quel parlare di mostri e demoni in agguato mi stava suggestionando. Ad ogni modo ne valse la pena, perché quello era il posto più bello che io avessi mai visto, era un piccolo lago costeggiato da candidi massi che gli davano un aspetto rotondeggiante con una cascata al centro e probabilmente un canale sotterraneo che faceva defluire l’acqua in un latro luogo, intorno gli alberi donavano a tutto il paesaggio una luce magica e il tramonto che si stava avvicinando rendeva tutto molto romantico. William mi fece scendere sulla riva del lago.
- Questo è un posto sicuro e bellissimo e qui puoi stare tranquilla, io torno in pochi minuti, vado a casa a prenderti un cambio e degli asciugamani, tu non avere paura, ok?-
- Mi lasci sola? Perché?-
Lui si inginocchiò di fronte a me e mi fissò con i suoi bellissimi occhi argentati e sorridendo mi posò un lieve bacio sulla fronte.
- Fidati se ti dico che è sicuro, non permetterei mai che ti accadesse qualcosa di male, voglio solo lasciarti un attimo sola a rilassarti, sarai stanca di farti aiutare da un ragazzo no?-
Arrossii, in fondo era vero che fin a quel momento lui non aveva fatto altro che aiutarmi e ora dovevo fare tutto da sola: si trattava  solo un bagno e ne ero capace. Lo vidi correre via da me velocemente, non sembrava vero quanto in fretta era scomparso dalla mia vista. Mi feci coraggio e mi tolsi lentamente il vestito rosa che William mi aveva dato quella mattina e mi avvicinai all’acqua con fatica, dato che non potevo muovere le gambe riuscii semplicemente a strisciare sul terreno fino al lago, ma riuscii ad immergermi rimanendo seduta con l’acqua che arrivava alla vita. Era fresca e pulita, come se su di me avessi un velo di seta, mi sentivo rilassata e senza alcun problema, persino le gambe, che fino a quel momento erano pensanti sembravano leggere e questa era una sensazione stupenda. Mi bagnai i capelli, cercando di non farli annodare o sarebbe stato impossibile districarli una volta asciutti e l’unica cosa che riuscì a rallegrarmi fu quando cercai di costatare le mie condizioni fisiche: stranamente i miei capelli si erano allungati di molto, ero anche dimagrita un po’, ma tutto sommato non dovevo essere poi così male. Rimasi nuda nell’acqua per non so quanto tempo, ma non mi sentivo ne stanca ne avevo voglia di uscire. Iniziai nuovamente a canticchiare qualcosa, come se ormai fosse diventata una mia abitudine, ma quella sensazione di allegria che prima mi aveva portato cantare per William in quel momento mi suscitò imbarazzo, come se qualcuno mi stesse osservando. Pensai che William fosse tornato e mi voltai, ma non vidi nessuno e cercai di scacciare quel pensiero anche se la sensazione che provavo c’era ancora. William tornò dopo un po’ di tempo e rimase fermo ad osservarmi, gli davo le spalle e non me ne resi conto fino a quando non sentii l’acqua muoversi e cercai di voltarmi, ma non feci in tempo, sentii due forti braccia cingermi da dietro e che mi appoggiavano un asciugamano sulle spalle, lo sentivo respirare e mi dava anche il solletico sulla schiena, strano dato che fino a quel momento non avevo mai avvertito nulla dalla vita in giù.
- Lo senti non è vero? Questo posto è magico e ti farà bene… riprenderai a camminare te lo prometto!-
Quelle parole mi colpirono il cuore, le aveva pronunciate con un tono così dolce e gentile che non potei che ricambiare il suo abbraccio, muovendomi nell’acqua mi fu più facile voltarmi e lo strinsi forte anche io, premendo il mio seno sul suo petto. Quell’azione fu per me istintiva dato che ormai non provavo imbarazzo a farmi vedere da lui e, non pensai neanche per un secondo, che lui potesse avere reazioni diverse. Era in ginocchio davanti a me e continuava a stringermi forte, mentre l’acqua lo bagnava fino alle cosce, poi lasciò la presa imbarazzato, quella mia reazione doveva averlo emozionato e, dato che non si aspettava quel gesto da me, non era neanche riuscito a controllarsi. Lo guardai dolcemente, quella sua reazione non mi aveva offeso al contrario mi dispiaceva un po’ per lui, sapevo di non riuscire a dargli più di questo, ma egoisticamente volevo che continuasse a starmi accanto.
- Non posso darti ciò che vorresti, ma ti prego continua a stringermi, non mi abbandonare!-
Rimanemmo così per tanto tempo, non mi resi conto bene quanto, ma non volevo finisse, forse quella fonte era davvero magica come diceva William, probabilmente mi stava facendo davvero dimenticare tutti i miei problemi e potevo effettivamente abbandonarmi ad un altro ragazzo a cui mi stavo legando più di quanto avrei mai immaginato.
Alla fine William mi riportò a casa sua, ma questa volta non mi portò nella camera della sorella, mi condusse in una stanza più grande e mi fece stendere su quello che disse era il suo letto, mi baciò sulla fronte e mi consigliò di riposare. In quel momento stavo bene con lui e non mi ricordai che avrebbe incontrato la sorella e alcuni amici, ma non importava più di tanto alla fine, il suo letto era più grande e più comodo dell’altro e io non avrei potuto chiedere di meglio, chiusi gli occhi e cercai di dormire, ma non riuscii a scacciare le emozioni che avevo provato fino a quel momento e rimasi ferma sul letto respirando l’odore di William, fino a quando delle voci non mi riportarono alla realtà. Una la riconobbi subito, era di Leila, ma insieme a lei c’erano altre tre persone, sentii che William li faceva sedere e mi sorpresi del tono che aveva assunto, autoritario e distaccato, che mai gli avevo riconosciuto, dopo un momento in cui sentii sedie che si spostavano e parole che non riuscivo a sentire bene,  fu William il primo a parlare, la sua voce era statica.
- Bene, ora che siamo tutti qui, voglio sapere che è successo, che significa questo ritardo?-
Ci fu un silenzio quasi imbarazzante in cui non si sentì neanche un respiro, poi a parlare fu una donna, dalla voce mi fece intendere che forse quella donna era più grande di William.
- Siamo stati trattenuti, ci sono demoni di ogni sorta e in questi giorni si sta scatenando l’inferno, ne sbucano da ogni direzione, ci hanno sorpresi.-
- Vi avevo detto che non dovevate combattere, ma solo andare in perlustrazione!-
- Calmati fratello…-
A parlare era stata Leila, l’avevo riconosciuta dal suo tono gentile, ma William la zittii bruscamente, non sembrava neanche lui quella sera e la conversazione stava degenerando sembrava che avrebbe di li a poco litigato.
- Ora cerca di calmarti Will, tutti ci siamo preoccupati dopo aver trovato la ragazza ferita così vicina al villaggio. Devi stare tranquillo perché la protezione non si è indebolita solo c’è solo uno strano movimento di quelle bestiacce, ma sono pesci piccoli.-
Ora era intervenuto un uomo nella conversazione, aveva una voce forte e decisa, anche lui doveva essere più vecchio, ma aveva parlato a William con molto rispetto, chissà che cosa stava succedendo? Possibile che quei demoni di cui spesso parlava William esistessero realmente, ero molto confusa e disorientata.
- Durr ha ragione, sono tanti, ma li teniamo a bada cerchiamo di non litigare, non ci servono tensioni anche nel gruppo! A proposito la ragazza come sta?-
La nuova voce che era intervenuta sembrava di un ragazzo come William e aveva chiesto di me, forse anche lui era presente quando William mi aveva trovato. William non rispose subito infatti ci fu un altro strano silenzio, ma quando lo fece il suo tono non mutò, era sempre freddo e distante e questo mi diede fastidio.
- Sta bene, riposa ora e cercate di non fare tutto questo casino!-
- Oh scusa!- a rispondere fu ancora l’altro ragazzo di cui ancora non si era detto il nome, ma che aveva risposto con un tono molto sarcastico - di un po’ furbetto l’hai portata alla fonte?-
Quella domanda mi infastidì ancora di più, che voleva insinuare? Ad ogni modo la risposta non venne da William, ma dalla donna che aveva parlato inizialmente.
- Guarda Mark che quello che prende la scusa della fonte sei solo tu, il nostro caro Will è un ragazzo serio, per la testa ha tante cose non come te che si un fissato!-
- Che c’è di strano se mi piacciono le ragazze, dopo che combatto ho bisogno di farmi coccolare!-
- Prima o poi ne metterai incinta qualcuna e dovrai smetterla di fare l’idiota!-
Aveva risposto Leila, ma il suo tono era irritato come se fosse gelosa che quel tipo facesse il filo a tutte. Ci fu una risata generale e qualche battuta ancora su questo argomento, ma almeno io mi ero rassicurata su William e non avevo cambiato parere su di lui.
- A proposito!- scattò quello che avevano chiamato Durr - Leila mi aveva detto che la nostra bella dama non poteva camminare e guarda che ti ho rimesso a nuovo, l’ho finita questa mattina.-
- E bravo il nostro falegname, l’hai fatta bene!-
Ci fu una specie di applauso e sentii un rumore strano che si avvicinava alla mia stanza e la porta che si stava aprendo, mi misi sotto le coperte facendo finta di dormire per non far capire a nessuno che avevo ascoltato tutta la conversazione, non volevo di certo che mi prendesse per una ficcanaso. La porta si aprì velocemente, ancora quello strano rumore e poi la sentii chiudersi. Aprii gli occhi e vidi William piegato su di me che mi guardava sorridendo.
- Tanto lo so che non dormivi! Ho un regalino, ma è una cosa solo provvisoria ricordatelo.-
Tolsi il lenzuolo dal viso e guardai al fianco del ragazzo comprendendo cosa era che produceva quello strano rumore: era una sedia a rotelle e che quell’uomo l’aveva fabbricata per me, nonostante non mi conoscesse ancora, si era impegnato molto.
- Così sarai un po’ più libera di muoverti, ma non temere tornerai a camminare!-
Lo disse con un caldo sorriso e io lo ricambiai, mi prese dolcemente sotto le braccia e mi fece sedere sulla sedia, nonostante tutto era abbastanza comoda e mi portò in cucina, voleva presentarmi ai suoi compagni e io mi sentivo stranamente molto a disagio. William aprì la porta e mi trovai davanti le persone che avevo sentito parlare poco prima, che mi accolsero tutte con un sorriso. A prima vista sembravano molto simpatici, anche se l’uomo che avevano chiamato Durr e che avevo classificato come un tipo rude, sembrava uno di quei lottatori del wrestling, era grande e muscoloso, poteva addirittura fare paura, la donna che avevo sentito all’inizio era anche lei molto alta, nonostante fosse seduta in quel momento, ma aveva un viso dolce e bello, anche se un po’ trascurata, Mark il ragazzo che aveva fatto quella brutta battuta su William invece era un bel tipo, fisicamente somigliava molto a William, aveva il viso da bambino dolce e simpatico, sembrava proprio uno di quei tipi su cui puoi contare, ma che chiedono qualcosa in cambio e anche un po’ arrivista o almeno quella fu la mia impressione iniziale, poi c’era Leila, con un abito azzurro molto carino che le scopriva le gambe.
- Dafne ti presento Shary, Durr e Mark. Leila già la conosci. – Mentre diceva i loro nomi li indicava con la mano e loro ricambiarono dolcemente, avevano un modo di fare che non conoscevo, sembravano davvero felici di avermi aiutato o comunque di aver fatto del bene.
- Molto piacere, vi ringrazio per tutto l’aiuto che mi state donando! -
- Quando si tratta di belle ragazze ci facciamo sempre in quattro pur di aiutarle, è il nostro motto!-
Mark si avvicinò a me e mi sentii ancora più in imbarazzo, non mi piaceva il modo in cui mi stava guardando, ma William precedette una mia reazione e lo fermò tirandolo per la camicia e da lì ci fu una risata che ruppe il ghiaccio.
- Non fare caso al quel cretino di Mark ci prova con tutte, ma non è cattivo!-
A parlare fu Shary, era una donna più o meno dell’età di Durr e infatti erano sposati, ma questo lo seppi solo dopo, avevano una locanda al villaggio e una falegnameria, non avevano figli ed erano considerati un po’ i saggi del gruppo.
- Ecco parla la mamma e tutti ubbidiscono, sei monotona Shary!-
Mark schernì la donna che si infuriò tirandogli un sandalo slacciatolo con una velocità impressionate, che quasi non me ne resi conto, ma anche Mark fu lesto e fermò il sandalo con una mano, nonostante fosse girato di spalle, sembrava proprio una scena da cartone animato e iniziarono a ridere tutti. Nonostante li avessi appena conosciti mi erano simpatici e il mio imbarazzo svanì di colpo, per la prima volta riuscivo a trovarmi a mio agio tra le persone, loro non mi giudicavano. Rimanemmo seduti in cucina per tutta la notte a parlare del più e del meno, loro mi facevano domande su dove provenissi e su cosa mi fosse accaduto, ma non riuscivo a dar loro una risposta esauriente, anche perché erano tutti convinti che fossi stata aggredita da uno di quei demoni di cui parlano, mentre non era così e non riuscivano a capirlo. Alla fine capii come stavano le cose, William, Leila, Shary, Durr e Mark erano un gruppo, lavoravano insieme da anni ormai e proteggevano il villaggio da questi demoni. Quando mi trovarono erano in perlustrazione, l’attività demoniaca, come la chiamavano loro era in aumento ed erano preoccupati che potessero attaccare il paese. Usavano delle strane parole a volte, che io non capivo e Shary mi spiegava, mentre William, Mark e Durr discutevano su tattiche e strategie da utilizzare, quello era il loro lavoro e quando ne parlavano tutti cambiavano espressione, persino William era irriconoscibile, serio e fermo sulle decisioni, sembrava un leader perfetto.
- Shary posso farti una domanda?- chiesi alla donna intenta a riordinare la stanza, sembrava proprio una madre come l’aveva definita Mark, lei si voltò e aspettò la domanda che dovevo farle. - Perché fate tutto questo, venite pagati per i vostri sforzi? Ancora non riesco bene ad entrare nel meccanismo, quello di cui parlate mi è completamente estraneo, ma vorrei capire.-
- Non siamo pagati, lo facciamo perché è un nostro dovere, ognuno di noi ha subito un torto da parte di questi esseri, sono comparsi dal nulla e nessuno era preparato al loro arrivo, essendo un paese isolato dagli altri dobbiamo cavarcela da soli e noi lo proteggeremo, anche a costo della vita. Anche tu ora hai un conto in sospeso con loro e sono le tue gambe a pagarne il prezzo.-
La donna aveva parlato velocemente, ma aveva colpito il segno, anche se io non ero stata realmente aggredita da loro potevo in qualche modo capirli, se quel giorno non ci fosse stato quel pazzo sulla strada non sarebbe accaduto nulla e da quel momento quell’uomo folle diventò il mio demone. Improvvisamente ci fu un silenzio ed ne ebbi paura, William e gli altri scattarono in allarme, lo sguardo di William era teso come quello di tutti, si spostò velocemente verso un armadietto che aprì e tirò fuori una lunga spada e passò agli altri altre armi di diverso genere, come un arco e una faretra a Leila, una strana arma lunga che descrissero come un’alabarda a Shary, Durr prese un’ascia, mentre Mark prese un’altra spada leggermente più piccola di quella di William, che infatti reggeva utilizzando entrambe le mani, mentre Mark riusciva a maneggiarla con una mano sola. Dopo aver distribuito le armi, William si rivolse a Shary orinandole di portarmi in camera e di non lasciarmi sola. Shary fece ruotare la sedia, nell’afferrarla mi portò davanti agli occhi l’arma che aveva in mano, la osservai attentamente, era una l’unica che non avrei mai potuto conoscere se non me lo avesse spigato lei stessa qualche tempo dopo, mi disse che una donna era un po’ insolito usare un alabarda, ma lei non era di certo una donna come le altre. Ci chiudemmo in camera e Shary cercò di farmi calmare.
- Che succede Shary?-
- Calmati, non è niente, sarà un semplice ladro e poi qui i demoni non possono arrivare!-
Non era sicura neanche lei di ciò che aveva detto, se fosse stato un ladro che motivo avevano per armarsi in quel modo, sarebbe bastato che Durr fosse uscito con quell’enorme ascia in mano per far scappare qualsiasi malintenzionato e poi William era troppo agitato e anche Shary lo era, stava accadendo qualcosa di strano. Poi lo sentii, era la voce di William che gridava.
- Leila è un’arpia!-
Sentivo il mio William gridare ordini a tutti e loro ubbidivano ciecamente, Shary mi guardò quando si rese conto che ero attenta a cosa stava accadendo.
- Will è un ragazzo speciale, più di una volta ci ha salvati e noi lo rispettiamo, su di lui puoi sempre contare, stai tranquilla.-
- Cos’è un arpia?-
- Oh niente di che, solo un essere fastidioso ci metteranno poco a farla fuori.-
Dovevano eliminare questo essere e per un attimo lo vidi dalla finestra, sembrava un umano anziano dal volto maligno, con la parte inferiore del corpo, le gambe e le ali di un mostro rettile. I capelli erano arruffati e sporchi, incrostati di sangue. È difficile immaginare una creatura più malevola e spaventosa, emetteva strani versi che mi facevano rabbrividire. Poi improvvisamente, quella strana creatura emise un grido disumano e la vidi crollare a terra, fu a quel punto che dentro di me avvertii uno strano dolore, come se stessi soffrendo io per lei, quelle grida erano di disperazione. Mi portai una mano al petto e sentii il mio cuore fermarsi per un attimo e poi ricominciare a battere velocemente, mi sentivo molto strana, soprattutto ora che fuori dalla casa di William non si udivano più né voci né rumori. Poco dopo sentii William e gli altri rientrare velocemente e chiamare Shary, ma William non volle che anche io uscissi dalla stanza e mi fece chiudere dentro. Da dentro l’angusta stanza, impossibilitata a vedere cosa sesse succedendo e spaventata più che mai, sentii uno strano tonfo, come se un peso fosse stato gettato sul tavolo, poi uno strano odore mi colpì le narici, era sangue. William aveva trascinato dentro casa quell’essere e lo aveva gettato sul tavolo, ma non era ancora morto, riuscivo a sentire il suo respiro soffocato e la sua paura, stava cercando aiuto e lo stava chiedendo a me, mi implorava e piangeva disperata. La sua voce era straziante, i suoi respiri irregolari. Mi avvicinai alla porta e bussai chiamando William, perché non riuscivo più a sopportare quel dolore atroce, che non stava provando solo quella povera creatura, ma anche io.
- William, che succede?- lo gridai con tutta la forza che avevo in corpo, mentre quella voce irritante continuava a cercare il mio aiuto. - William, non ucciderla… William non farlo!-
Non mi diede ascolto, riuscivo a sentire la voce di Leila che cercava di distrarre William dicendogli che lo stavo chiamando, ma lui la zittì e cercò di far parlare l’essere ormai in fin di vita, gli gridava di dirgli come aveva fatto ad entrare e che cosa voleva, ma non rispondeva alle sue minacce, voleva solo parlare con me. Sentivo che aveva paura e le lacrime che uscivano dagli occhi neri dell’essere mi bruciavano le guance, come a spronarmi a fare qualcosa, avvertii nella mia mente la sua vocina stridula, ma tanto spaventata e mi disse che stava scappando da qualcosa di peggiore di William e la sua squadra, per questo era venuta qui.
- William ti prego…- non finii la frase, sentii il suono tonfo del corpo privo di vita dell’essere cadere a terra e il rumore del metallo che squarcia la carne, il sangue bagnare la terra davanti all’uscio di casa proprio dove William finì quella povera creatura e io iniziai a piangere, perché dentro di me ne sentivo la sofferenza, ma c’era anche qualcos’altro in lei, come un senso di libertà pura, come se ora fosse consapevole che non avrebbe più sofferto. Perché dovevo provare queste cose e stare  male, nonostante fossi chiusa in quella stanza era come se avessi assistito a tutto, avevo visto l’intera scena con gli occhi di quell’essere, mi appoggiai alla porta chiamando William e piangendo sempre più forte, poi un ombra oscurò la finestra. Voltai lo sguardo e anche se avevo la vista offuscata dalle lacrime vidi chiaramente l’inconfondibile figura di Durr, che trascinava il corpo dell’arpia. Durr aveva dipinta in volto espressione di fierezza accentuata dalle macchie di sangue, quella scena mi colpì profondamente in quanto Durr era non solo soddisfatto del lavoro svolto, ma era come felice di averla uccisa. Avvicinandomi al letto, mi lasciai cadere su di esso, ero stesa a piangere con le gambe a penzoloni a terra e nel cadere mi ero anche fatta male, ma non mi importava di nulla.  William entrò poco dopo e per un istante provai disgusto nel vederlo, sentivo il sangue di quella bestia su di lui e il dolore che lui gli aveva procurato. William mi guardava, era perplesso e stravolto, provò ad avvicinarsi a me, ma lo scansai rimanendo ferma in quella scomoda posizione. Solo quando mi pervase un senso di rabbia nei suoi confronti mi decisi a guardarlo, mi feci cadere a terra rimanendo seduta sul pavimento reggendomi con una mano, mentre con l’altra mi toccai il petto, dove sentivo il mio cuore battere molto lentamente. Rimanemmo fermi in quella posizione per un po’ dato che non volevo che mi avvicinasse e lui non fece nulla rimanendo a fissarmi il viso completamente bagnato da delle lacrime che non erano mie, la situazione non si sbloccò almeno fino a quando uno strano dolore mi colpì allo stomaco facendomi piegare in avanti e perdere velocemente i sensi.
Mi risvegliai la mattina dopo, ero nel letto di William ed era stato lui a mettermi lì, ma faticavo a ricordare cosa era accaduto quella sera, sentivo solo un grande vuoto dentro di me, forse perché avevo sofferto per la morte di quell’essere. Qualcuno entrò in camera, era William e sul suo viso leggevo chiara la stanchezza che lo permeava, entrò timoroso di una mia reazione negativa, che non ci fu, anzi lo salutai dolcemente e lui ne rimase molto stupito, si sedette come al suo solito di fronte a me aspettando. Dalla sera precedente non si era cambiato gli abiti, ma vederli ora non mi dava alcun fastidio, neanche ripensare al fatto che con quegli abiti aveva tolto la vita a qualcuno. La cosa più strana era lui, mi guardava come se non riconoscesse in me la stessa ragazza della sera prima, e forse non lo ero, quella che aveva pianto per l’arpia non potevo essere io.
- Mi dispiace per come mi sono comportata, non sono abituata a queste cose… devo esserti sembrata proprio una sciocca, ti chiedo di perdonami se vuoi.-
Lui mi guardò, era così dolce e bello, quel giorno era il ragazzo che conoscevo, che mi aveva aiutato e che a me piaceva non quando diventava freddo e si comportava da capo, quello non era il mio Will. Ogni volta che pensavo a lui non facevo altro che chiamarlo il mio Will, ormai era come una parte di me, avevo bisogno di lui.
- Che cosa hai provato ieri, cerca di ricordare è importante che tu mi dica che cosa ti è successo.-
Abbassai lo sguardo, non sapevo neanche io cosa era accaduto, forse mi ero semplicemente fatta suggestionare da quelle grida strane.
- Non lo so, quando l’hai portata in casa la sentivo gridare e mi chiedeva aiuto perché aveva paura di qualcosa. Mi ha detto che non era venuta ad attaccare le persone, ma stava scappando per questo non volevo che la uccidessi.-
- Dafne. – Il suo tono di voce era così basso nel pronunciare il mio nome, che per un attimo mi fece tremare, era serio e molto dispiaciuto - …io non ho fatto nulla di questo, l’arpia l’ha uccisa Leila e soprattutto non l’ho portata a casa, non lo avrei mai fatto. Quando sono rientrato era perché Durr era stato graffiato e a volte possono essere pericolose le loro ferite, Shary lo ha curato. Non volevo che tu vedessi la scena pensavo che ti avrebbe sconvolta non essendoci abituata, invece ti ho sentito gridare e ho provato ad entrare, ma avevi bloccato la porta, ero preoccupato.-
Rimasi senza parole, possibile che mi fossi immaginata tutta la scena, eppure avevo sentivo la voce di William che gridava e minacciava quella creatura e il dolore di quell’essere, possibile che mi fossi sbagliata o che Will mi stesse mentendo?
- Non mi credi vero?-
Non risposi perché in effetti avevo dei dubbi, rimasi guardare la finestra dove la sera precedente avevo visto Durr camminare, ma se davvero era ferito non poteva di certo essere fuori in quel momento, prima di credere a Will dovevo capire.
- William non preoccuparti, mi sono solo lasciata suggestionare ora sto bene!- Sorrisi al ragazzo che tirò un sospiro di sollievo e mi avvicinai a lui, mi toccai le labbra con la mano e gli mandai un bacio appoggiando la mano sulle sue. Gli chiesi di darmi una mano perchè volevo uscire e andare a fare un giro al paese, mi sarebbe piaciuto finalmente vedere Mistre. Mi cambiai e William mi fece sedere sulla sedia e mi accompagnò fuori, era una bella giornata di sole, ma non faceva molto caldo, una tipica giornata primaverile e respirare un po’ d’aria pulita e fresca mi avrebbe fatto stare meglio. Will guidava la sedia cercando di non farmi sobbalzare troppo a causa della breccia sulla strada e io mi divertivo nel vederlo così indaffarato.
Tutto sommato era davvero un bel paesino, c’erano una ventina di case e qualche negozio, una chiesa con un alto campanile che riuscivo a vedere anche da casa di Will, ma che prima d’ora non avevo mai sentito suonare, una scuola e tutto quello di cui si ha bisogno, proprio come quei paesini di montagna delle favole per i bambini. Tutti erano gentili e conoscevano William, soprattutto le ragazze che appena lo vedevano correvano a salutarlo, come se fosse una star del cinema, e questo mi infastidiva un pò, anche se quel comportamento era normale dato che lui era l’unica speranza che avevano di vivere in pace, un po’ come se fosse la guardia del corpo di Mistre.
- William, ho un po’ fame c’è un posticino dove possiamo mangiare qualcosa?- Sapevo che Durr e Shary avevano una locanda e forse William mi avrebbe portato li, infatti così fu. L’edificio era molto carino, completamente in legno e decorato con fiori colorati e tante piante che lo rendevano molto pittoresco. Entrammo e venni accolta da Shary con un caloroso sorriso.
- Cara, come ti senti oggi? Forse ieri ti sei impressionata troppo non ci sei abituata, gli uomini sanno essere a volte troppo rudi.-
- Suvvia, Shary non essere così crudele, noi uomini sappiamo essere anche molto gentili! Non è che ci fai qualcosa da mangiare?-
Si comportavano tutti come se non fosse accaduto nulla, Shary si congedò entrando in quella che doveva essere la cucina e William mi accompagnò ad un tavolo, dove c’erano Leila e Mark, che litigavano come due fidanzati, da quello che riuscii a capire lui aveva importunato un’altra ragazza e lei si era arrabbiata.
- Buon giorno Dafne, come ti senti?-
Per l’ennesima volta risposi che stavo bene e che avevo avuto troppe emozioni con una volta.
- Mistre è davvero un bel paese, William mi ha portato a fare un giro, davvero graziosa!- cercai di cambiare discorso per non ricadere di nuovo su quello che era avvenuto, Leila mi rispose con cenno della testa e mi disse che Will aveva intenzione di portarmi in un posto isolato e che voleva farmi camminare un po’, anche se era molto difficile.
- Mio fratello è un tipo testardo, non farti mettere i piedi in testa e grida quando sei stanca, a volte è un vero schiavista!-
Iniziai a ridere perché William era dietro la sorella e aveva sentito il suo commento, aveva assunto un espressione arrabbiata, ma non ridere risultò difficile anche a lui ed infatti scoppiò in una dolce risata, che mi scaldò il cuore perché finalmente aveva abbandonato l’espressione seria ed era tornato felice. Poco dopo arrivò Shary con del cibo e mangiammo tutti insieme, era diverso da quello che ero abituata a mangiare, dato che mia madre era sempre attenta alla linea e cucinava solo pietanze leggere, ma nonostante non fossi abituata a quei sapori forti, la novità risultò comunque molto buona e nient’affatto pesante. Mentre mangiavamo, chiesi a Shary come stava Durr, dato che Will mi aveva detto che era stato ferito e lei mi disse che suo marito era un osso duro, ma anche un grande distratto e che avrebbe potuto evitare di lasciarsi ferire in quel modo, ma lui non era in locanda oggi, stava già lavorando nella sua falegnameria e non potei appurare se quanto detto da William fosse la verità o meno, ma alla fine decise di credere a lui e agli altri, mi trovavo così bene in loro compagnia che non volevo più dubitare. Dopo aver mangiato Will mi portò via velocemente e tornammo al prato dove qualche giorno prima mi aveva chiesto di rimanergli accanto, fermò la sedia e mi guardò negli occhi, aveva uno sguardo deciso e sicuro del fatto che doveva farmi camminare. Mi fece scendere dalla sedia e sdraiare a terra, iniziò a massaggiarmi le gambe chiedendomi se sentivo qualcosa di strano, e io gli rispondevo sempre di no, ma lui non demordeva. Da quel giorno, ogni mattina William mi portava li e cercava di stimolarmi a muovermi, ma era tutto inutile. Alla fine fui io a rinunciare, non riuscivo a reggere quella situazione e ormai ero sicura che non avrei più camminato.



 ..... continua....

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