Originale - Il peso della verità Capitolo 1

1.
Realtà sconosciute 

Quello rappresentò il primo di tanti e identici giorni. William faceva visita alla giovane ogni dì per ben cinque volte: appena il sole sorgeva, prima di pranzo, a metà pomeriggio, a cena e poco prima di coricarsi. Era come una liturgia che rispettava costantemente, in cui ogni volta si avvicinava a lei portando una bacinella di acqua fresca e un panno nuovo con cui lavava le ferite, mesceva intrugli vari con le sue fiale colorate e la bendava nuovamente con garze pulite. Prima di andare via poi congiungeva le mani in segno di preghiera, recitava una strana nenia che lei non riusciva a capire e infine passava le mani su tutte le ferite, ematomi e abrasioni del corpo di lei, lentamente e con lo sguardo fisso e concentrato. Si comportava come se tutto fosse normale, come se quello strano comportamento non era che semplice prassi.
Inizialmente lei non ci fece molto caso, quel modo di fare poteva solo rappresentare una sua strana credenza e il fatto che ogni volta che finiva la sua preghiera, lei provava molto meno dolore, la stava suggestionando che funzionasse davvero. Una mattina, dopo una notte passata tra dolori e lamenti continui, stanca e sofferente, decise di fare qualcosa per interrompere quella sceneggiata. Era appena sorto il sole e come tutte le mattine, William entrò in camera, reggendo un vassoio su cui era poggiata una tazza con un liquido caldo e fumante, assieme alle solite cianfrusaglie. Si avvicinò al letto poggiando il vassoio sul tavolo e salutandola cordialmente. Si sporse poco in avanti, prendendo la giovane sotto le ascelle e sollevandola quel tanto che bastava per renderle più facile consumare la colazione. Le porse la tazza contenente solo del latte caldo e aspettò che lei lo finisse, prima di iniziare la cura.


- Ormai sono giorni che vi vedo fare sempre gli stessi movimenti e recitare quella strana nenia. - Lui sollevò appena lo sguardo verso di lei e fece una smorfia tra il sorpreso e il divertito, ma la concentrazione che metteva in quei gesti era ben visibile, i suoi occhi erano poco più di piccole fessure, brillavano di un lieve tepore, mentre una piccola gocciolina di sudore disegnava il contorno del suo viso scivolando dalla fronte al sopracciglio, poi giù verso lo zigomo. Era visibilmente stanco, come se qualcosa lo stesse lentamente consumando.
- Non sono molto bravo con la taumaturgia e tu hai bisogno di un incantesimo come si deve per curarti. Ad ogni modo aspetta che torni Shary e ti rimetterai in sesto in poco tempo.-
- Incantesimo? - Dal tono di voce si intuiva l’insoddisfazione che provava, ma William non ci fece caso, continuò nel suo rituale come se non fosse accaduto nulla. Appena ebbe finito, si stese sullo schienale della sedia respirando affannosamente, pulendo il sudore con la manica della camicia.
- Per curare ferite tanto gravi ci vuole molto potere e massima concentrazione e io non ho tale esperienza, per questo devo venire qui cinque volte al giorno. Se ci fosse Shary le basterebbero tre giorni usando solo un incantesimo.- Sapeva di essere in condizioni critiche, oltre al taglio sulla fronte, aveva una profonda ferita sulla schiena; sulla gamba destra c’era una lesione dall'articolazione fino alla caviglia, mentre la sinistra era rotta forse in più punti e infine, per completare il quadro, una vasta collezioni di ferite, tagli, ematomi vari su tutto il corpo. Anche se la più grave e forse incurabile, rimaneva la spina dorsale. La lesione alla schiena, non aveva provocato solo un grande taglio, ma la rottura delle vertebre in due punti e l’impossibilità di camminare.
- Non camminerò più, sarò costretta su un letto per tutta la vita. Non è una bella prospettiva e non mi va di pensare ad un futuro in queste condizioni.- William sapeva che prima o poi avrebbe parlato della sua immobilità, non la si poteva nascondere con nessun incantesimo, curarle il corpo e lo spirito erano decisamente due cose molto difficili per lui.
- Perché dici questo? Non dirmi che non provi meno dolore quando ti guarisco, anche se non posso fare molto, riesce in qualche modo ad alleviare le tue sofferenze. Non perderti d’animo, vedrai che saprò aiutarti.- Non rispose. In effetti il dolore, dopo la solita cerimonia di William, diminuiva lentamente, tanto che per qualche ora riusciva a non sentirlo affatto. William non le aveva mai somministrato altro che non fossero infusi di erbe o acqua, eppure qualche effetto lo sortivano lo stesso. Decise di lasciarla sola, era evidente che non riuscisse ad accettare la situazione e la sua condizione, ma lui al contrario era ottimista, contava molto sull'aiuto di quella donna che aveva chiamato Shary e in qualche modo era riuscito a far sperare persino lei. Il giovane tornò per l’ora di pranzo come solito, reggeva in mano un vassoio con dei piatti, che emanavano un buon profumo. Lo poggiò sulla sedia, era della carne cotta ai ferri e delle verdure bollite, il primo cibo solido dopo giorni di brodi e minestre varie. Prese la ragazza, come di consueto, di peso sotto le braccia e l’aiutò a sedersi sul letto, lei gemette per lo sforzo affrontato e William si scusò gentilmente per essere stato troppo brusco.
- Non importa, ormai mi sto abituando al dolore.- In un certo senso era vero, ma le fitte che a volte la colpivano erano molto dolorose e la facevano stare davvero male. William le porse il vassoio poggiandolo sulle gambe di lei, mentre lui si sedette sulla solita sedia aspettando che terminasse il pranzo.
- Non sono un bravo cuoco, di solito ci pensa mia sorella a badare a queste cose, ma ti assicuro che è commestibile.- Lo disse con dolcezza, scusandosi nuovamente, ma la risposta che ricevette fu schietta e non gentile nei suoi confronti.
- Sembra che non siate bravo in molte cose a quanto pare.- Per tutta risposta, lui alzò un braccio grattandosi la testa e sorridendo imbarazzato, nonostante l’offesa, non sembrava risentirne. Aveva un’espressione gentile e questo convinse la ragazza a mangiare. Nonostante i sapori forti, a cui probabilmente non era abituata, il cibo era abbastanza buono. Voltò lo sguardo su di lui, che la osservava vigile e per la prima volta lo vide per ciò che era in realtà. Un semplice ragazzo che si stava facendo in quattro per aiutarla, un viso gentile dai lineamenti decisi e marcati, due grandi occhi dalle iridi grigi come cristalli, una cicatrice particolare vicina al mento che conferiva al viso un’aria affascinante seppur misteriosa. Sorrise nel notare questi particolari e lui prese l’espressione come un complimento. Improvvisamente William si alzò di scatto e uscì di corsa dalla stanza, lasciando la ragazza basita e perplessa, solo quando lo vide rientrare con uno scialle viola in mano capì cosa voleva fare. Di certo era un bravo osservatore, tanto che aveva persino notato un leggero brivido percorrere il braccio di lei, per questo era uscito a prendere lo scialle e ora si accingeva a posarlo delicatamente sulle spalle di lei.
- Perché non mi hai detto che avevi freddo? Puoi chiedermi qualsiasi cosa non farti problemi.- La ragazza non indossava alcun abito, a coprirla erano solo le bende e le lenzuola del letto. - Non temere, quando le ferite saranno meno gravi, ti darò un abito nuovo e tutto ciò di cui hai bisogno.- fece una pausa, come se avesse dimenticato qualcosa di importante, proseguì con evidente imbarazzo. - A proposito non mi hai ancora detto il tuo nome e se te la senti magari potresti raccontarmi cosa ti è successo.- Le posate caddero dalle sue mani, come se fossero tizzoni ardenti, abbassò lo sguardo facendo ricadere i capelli tutti in avanti, erano sporchi e li sentiva pesanti. Vedendo la comprensibile esitazione da parte di lei, William cercò di assumere un tono più comprensivo, sapendo bene che probabilmente aveva perso una persona importante, ma non esitò oltre. - So che è difficile, ma devo sapere di più. Dammi una possibilità e troverò chi ti ha fatto questo.-
- Il mio nome è... - Esitò, quasi non ne fosse convinta neanche lei. Iniziò a piangere, le lacrime le scendevano dagli occhi morendo sulle lenzuola strette forte tra i pugni della ragazza. - Dafne.- Provò a riportare alla mente tutto ciò che poteva essere accaduto, ma era confusa e a volte ciò che diceva per William non aveva senso.
- Sei confusa ed è comprensibile, quel mostro deve averti sconvolta più di quanto pensassi, ma non c’è fretta ricorderai.-
- Quale mostro?- Per William fu come dover parlare ad un bambino, come se Dafne fosse un piccolo ed indifeso guscio svuotato da tutto ciò che era stato in passato.
- Non so che creatura ti abbia aggredito, ma posso capire che dalla tua confusione qualsiasi cosa io ti dica ora possa sembrarti irreale.-
- Irreale? Se lo fosse le mie ossa non sarebbero rotte.- Il vassoio cadde a terra rovesciando il contenuto sul pavimento, i piatti si ruppero in piccoli frammenti che si sparsero per tutta la stanza e lei rimase a fissarli attentamente come se le riportassero alla mente vecchi ricordi. William rimase fermo sulla sedia senza rispondere, non si era neanche spostato per evitare che le verdure gli finissero sui pantaloni, tanto che avevano creato un’evidente macchia verdina sulla camicia, ma non se ne curò. Raccolse i cocchi e pulì per bene la stanza, senza lasciare alcuna traccia dell'incidente.
- Non devi sforzarti troppo ora, riposa e basta, al resto penserò io.-
- Date spesso questo aiuto a qualcuno che neanche conoscete? Devo essere proprio fortunata ad aver trovato un così bravo samaritano.- Era stata pungente e di proposito cattiva. Non le piaceva essere trattata come una bambina ne come una malata, anche se quelle erano le sue condizioni. Fidarsi le restava davvero troppo difficile.
- Sei ingiusta così. Se non ti avessi soccorsa non sarei diverso da chi ti ha fatto del male. Presto vedrai che questo posto non è poi così male, chiunque lo avrebbe fatto.- Uscì e chiuse la porta dietro di se senza parlare. Poggiò il vassoio e i frammenti dei piatti su un tavolo in legno al centro della stanza e rimase in silenzio. In qualche modo era rimasto ferito da quelle parole, sentendo su di se, tutta la disapprovazione per non riuscire a fare di più. Si sfilò la camicia e uscì da casa. Il sole picchiava forte e faceva caldo, fece il giro dell’abitazione reggendo la camicia sporca tra le mani e passando davanti alla finestra della stanza di Dafne. Sbirciò furtivo dal vetro e la vide in lacrime, piegata in due e scossa da continui singhiozzi, non riusciva a sentirla, ma percepiva il dolore che stava provando. Continuò a camminare fermandosi davanti ad una piccola fontana, dove lavò con cura la camicia e i pantaloni.
William le fece visita a metà pomeriggio e la sera, non parlò e cercò accuratamente di evitare il suo sguardo, così come lei era chiusa in un mesto silenzio. Temeva che non accettasse altre intromissioni e per non farla arrabbiare, la ignorò peggiorando la situazione.

Era già notte da un po’, ma Dafne non aveva chiuso occhio e così anche William. Dalla porta della stanza, la ragazza riusciva a intravedere una piccola luce di una lampada provenire dalla stanza accanto. William doveva essere ancora sveglio, sembrava che stesse aspettando qualcuno, anche se nei giorni di convalescenza, non era mai venuto nessuno a fargli visita. Decise che quella situazione non avrebbe portato a nulla di buono, infondo era confinata a forza su quel giaciglio e ignorare il ragazzo, che altro non aveva fatto che aiutarlo, solo perché lui si era chiuso in se stesso, era ridicolo. Si fece coraggio e lo chiamò, la voce le uscì roca e bassa, ma William l’avvertì lo stesso e in poco tempo era già in camera, per accertarsi che stesse bene.
- Hai dolore da qualche parte?- Si sedette accanto a lei e la scoprì leggermente per verificare le condizioni delle garze, con pudore Dafne si ritrasse coprendosi nuovamente. - Cosa c’è, hai fatto un brutto sogno?-
- Perché non stavate dormendo?- voltò lo sguardo verso la finestra, come ad indicare la notte profonda e buia, che si era instaurata da un po’. - Non è la prima volta che passate la notte insonne.-
- Sembra che neanche tu riesca a dormire se te ne sei accorta.- Sorrise voltando dolcemente con la mano il viso di lei. - Stavo aspettando una persona, ma non credo che torni stasera. Tu però dovresti riposare.-
- Non siete arrabbiato con me per come ho reagito? - Il suo viso si rabbuiò per un secondo, ma lui fu lesto a risponderle con un sorriso gentile.
- Era questo che pensavi?- Sorrise lasciandola basita, si spostò i capelli dal viso e si rilassò su quella sedia cigolante tirando un sospiro di sollievo. - Io davvero credevo che fossi tu ad essere arrabbiata con me per aver insistito. Ho dato per scontato che avresti dovuto fidarti di me.- Era la prima volta, da quando si era svegliata che si trovava a suo agio con lui, non doveva essere molto più grande di lei, anche se il suo fisico dimostrava di essere un uomo vissuto e pieno di esperienze.
- Visto che non dormiamo, posso farvi una richiesta?- Dafne accennò un debole sorriso e William tese le orecchie pronto a tutto.
- Solo se smetti di essere tanto formale. Dovremmo avere la stessa età, non c'è bisogno di tenere tanto le distanze.- Riuscì a strapparle un leggero sorriso e questo lo rese felice, la ragazza sospirò profondamente, le era venuto spontaneo tenere un simile comportamento formale con lui, quasi non volesse avvicinarsi a quello che infondo era un semplice sconosciuto.
- Mi racconteresti qualcosa di te o su dove mi trovo? Non riesco ad orientarmi bene e mi sento estranea.- Annuì con la testa, non sembrava avere problemi nel parlare, anzi ne fu felice e iniziò a raccontarle qualcosa.
- Ti trovi a Mistre, è una piccola città nella terra Sud. La maggior parte delle persone che ora vivono qui sono fuggitivi, scappati dalle loro città a causa dei continui attacchi da parte dei Ghr̥ṇā, sono esseri dall’aspetto mostruoso che hanno decimato la popolazione delle quattro terre indipendenti della regione.-
- Ghr̥ṇā? Sono una specie di demoni?- Dafne sembrava perplessa dalle parole di William, ma lui non ci fece molto caso e continuò a spiegare la disastrosa situazione in cui erano costretti a vivere da anni. Si era abituato a vederla sorpresa e cercava di spiegarle la situazione nel modo migliore.
- Nella lingua del Sud sono chiamati così, ma vengono usati molti altri nomi a seconda della razza, in pochi anni si sono sviluppate tantissime tribù diverse ed è molto difficile riuscire a contrastarli.-
Così Dafne venne a conoscenza dell’esistenza di questi strani esseri, che nel giro di cento anni, avevano seminato morte e distruzione in quelle terre. I superstiti si erano rifugiati nel Sud, la terra più lontana dalle altre e soprattutto separata dai luoghi in cui tutto era cominciato. William non si dilungò nei particolari, li omise come se desse per scontato che Dafne sapesse alcune cose, o comunque per non renderle troppo noioso il racconto, anche se per la ragazza era tutto nuovo. Continuò dicendo di avere una sorella di nome Leila, era lei che stava aspettando da giorni. La ragazza era partita con tre compagni per verificare la situazione nei territori vicini alla città, dovevano accertarsi che i Ghr̥ṇā non si fossero spinti così a sud e che Mistre non si trovasse in un imminente pericolo.
- Ma, credi davvero che tua sorella sia in grado di fronteggiare simili esseri?-
- Con lei ci sono anche due bravissimi guerrieri e una maga molto esperta, non è sola e ho piena fiducia in tutti loro.- Alzò gli occhi al cielo, fu un attimo, ma Dafne se ne rese conto.
- Allora perché sei così in pensiero, non staresti sveglio la notte se ti fidassi davvero.-
- Il fatto è che siamo sempre stati insieme, questa è la prima volta che ci muoviamo separati, soprattutto se non ci sono io.- sospirò rassegnato.- Sono rimasto in città per te, in un certo senso. Sono l’unico in grado di cavarmela da solo, con qualche rudimento di magia e un buon addestramento con la spada.- voltò lo sguardo verso la finestra, sperò davvero di vederli tornare il prima possibile e i suoi continui sospiri ne davano la prova, gli occhi diamante brillavano di speranza. Poi tornò a concentrarsi sulla ragazza, vedendola mentre cercava di nascondere uno sbadiglio.
- Difendi da solo un villaggio intero?-
- Certo che no, ma Mistre è al sicuro e ci sono molti bravi uomini che darebbero tutto per difendere le loro famiglie. Ad ogni modo avrai la possibilità di conoscerli tutti e ti piaceranno, sono persone d’oro su cui potrai contare sempre. Ora però è arrivato il momento che ti riposi, sei stanca e anche io devo dormire altrimenti non riuscirò a prendermi cura di te per molto ancora.- William l’aiutò a stendersi senza farsi male e la salutò. Dafne lo fermò chiedendogli di avvicinarsi per facilitarle le cose.
- Per tutto ciò che hai fatto per me, ti ringrazio di cuore. Buonanotte.- Chiuse gli occhi voltando la testa dalla parte opposta. William socchiuse la porta, lasciando un piccolo spiraglio nel caso si svegliasse o avesse bisogno di aiuto. Quel gesto così dolce lo aveva stupito, ma era contento di vederla serena dopo tanto tempo passato in lacrime.

I giorni passavano lentamente e Dafne iniziava a non sopportare più quello scomodo letto, lo stare ferma a farsi accudire da un ragazzo che l’aiutava in tutto, anche nelle cose più intime, si sentiva un peso ed era anche stufa di sentirsi ripetere da William che doveva provare ad alzarsi, anche se solo per respirare un po’ d’aria fresca. Le ferite erano del tutto guarite, ne rimaneva una al petto ancora caparbia che non accennava a richiudersi e che avrebbe lasciato una cicatrice sul seno destro, oltre a quella sulla schiena, ma nessuna era realmente grave. In qualche modo William, con la sua liturgia e i suoi incantesimi aveva fatto in modo che le ferite si chiudessero nel giro di due settimane, cosa che normalmente avrebbe potuto richiedere dei mesi. La guarigione così repentina, benché non avesse recuperato alcuna sensibilità alle gambe, le diede forza e provò a muoversi senza alcun aiuto. Fece un lungo sospiro per prepararsi a ciò che stava per fare, quel gesto così consueto ora sembrava essere il più difficile che avesse mai fatto, ma voleva realizzarlo a tutti i costi. Si legò il lenzuolo stringendolo sopra il seno e tirandolo via da sotto il materasso dove tutte le sere lo fermava William per farla stare comoda e al caldo. Per un attimo provò un profondo imbarazzo rendendosi conto che non indossava nulla e che William l’aveva sempre vista in quelle condizioni, ma cercò di riprendere il controllo delle emozioni il prima possibile. Voltandosi verso la sponda del letto spostò le gambe, con l’aiuto delle mani, facendole ricadere penzoloni verso il terreno. Le sentiva pesanti e immobili, ma volle provare ad ogni costo, si spostò in modo da appoggiare i piedi a terra, senza accorgersi che già toccavano il pavimento. Talmente forte fu il pensiero e l’angoscia nel non riuscire a percepire neanche la presenza del terreno e di essere condannata per sempre all’immobilità, che senza pensare si lasciò andare provando a reggersi in piedi, ma non ci fu nulla da fare. Le gambe non ressero il peso del resto del corpo e crollò a terra provando un dolore lancinante dappertutto, ma soprattutto al cuore. Era quella la parte lesa, che con la caduta le aveva fatto realizzare che probabilmente non c’era più speranza, avrebbe dovuto abituarsi per sempre a quella condizione di immobilità e dipendenza forzata verso qualcun altro. Il suono che produsse fu sordo e anche molto imbarazzante, come un sacco pieno che buttato in un angolo bruscamente, rimase sdraiata a terra reggendo il lenzuolo con una mano e cercando di coprirsi per rendere quella situazione meno spiacevole. Nel giro di pochi secondi arrivò William, richiamato dal tonfo che aveva percepito. Era seduto in cucina e stava pulendo la sua spada accuratamente come tutte le mattine, era un’arma molto preziosa, intarsi in oro e l’elsa finemente decorata le davano un aspetto regale insieme alla decorazione con le sembianze di un serpente, una lama lunga e spessa, tanto che doveva essere stretta usando entrambe le mani. Era un’opera di pura forza e potenza. Non appena il rumore gli giunse alle orecchie, lasciò il lavoro correndo nella stanza di Dafne. La porta si spalancò di colpo e William entrò velocemente con un espressione spaventata dipinta sul viso. Appena i suoi occhi si spostarono dal letto vuoto al terreno, corse ad aiutarla prendendola di peso e poggiandola a sedere nuovamente sul materasso. Non faceva alcuna fatica a prenderla in braccio, come se invece di una persona, stesse semplicemente raccogliendo un pezzo di carta dal terreno, era un gesto per lui usuale a cui si era abituato presto. Si ritrovò nuovamente seduta su quel letto orribile, lui si accomodò davanti a lei sulla sua solita sedia fissandola di tralice. Non riuscendo a sopportare quegli occhi indagatori, spostò lo sguardo. Solo dopo qualche secondo di puro silenzio decise di riprendersi da quella situazione e parlò, cercando di assumere un tono duro e deciso, anche se nascondeva imbarazzo.
- Mi hai detto tu di alzarmi.- Lui non rispose, rilassò la sua espressione appoggiandosi allo schienale della sedia e iniziò a ridere come per schernirla, ma non era questa la verità, anzi quella risata nascondeva gioia nel vedere che, invece di gettare la spugna, aveva reagito. Smise di ridere, rendendosi conto che ormai Dafne era violacea in viso e provò ad attirare la sua attenzione.
- Oggi è una bella giornata, ti faccio fare un giro io se vuoi alzarti.- Le consegnò un abito di colore rosa chiaro, stretto in vita che si allargava in un’ampia gonna lunga fino alle caviglie, leggero e profumato. - Questo è di Leila, ma non li mette più, si è abituata a qualcosa di più comodo, spero non ti dispiaccia.-
- No anzi, è molto carino. Spero solo che non ce l’abbia con me per averle rubato la camera e ora anche i vestiti?-
- Di solito, stiamo poco a casa. O siamo in giro o da Shary, perciò non c’è alcun problema.-
Lo disse sorridendo e tranquillizzandola. Le fece indossare l’abito con una delicatezza quasi sovrumana, in tutto il tempo che avevano vissuto insieme, William non aveva mai commesso un gesto sbagliato o l’aveva fatta sentire in imbarazzo nel vederla nuda. Ogni gesto era ben calcolato e preciso, non la sfiorava, ne faticava nell’aiutarla. Gli porse un bacinella d’acqua e un asciugamano, con cui lavarsi il viso e una piccola spazzola in legno, su cui vi era inciso con una bella calligrafia il nome di Leila. Non appena Dafne ebbe finito di pettinarsi William le passò un braccio sotto le gambe e con l’altro la prese dietro la schiena, sollevandola dal letto, un gesto paterno e delicato che a Dafne piacque. Infondo, riuscire a percepire una bella sensazione nonostante la sua condizione, era pur sempre una cosa bella. Iniziò a camminare uscendo dalla stanza. Entrò in quella che doveva essere la cucina. Il tavolo era proprio al centro della sala, mentre all’angolo c’era una camino con un bollitore appeso sopra, dei mobili dall'aria poco usata e una armadio in legno chiuso da un lucchetto e una catena molto pesante. William fece segno a Dafne di prendere un cappello in paglia appeso ad una sedia, sapeva che farla uscire alla luce del sole così improvvisamente poteva darle fastidio agli occhi e si era premunito. Lei lo infilò sorridendo e uscirono.
L’aria estiva le solleticò il viso e il sole la riscaldò dolcemente, si strinse tra le braccia di lui dandogli il segnale di proseguire. Lo spettacolo che la ragazza si trovò davanti agli occhi la lasciò senza parole. Il territorio intorno alla solitaria casa di William era bellissimo, grandi distese arboree, i pendii verso sud salivano dolci fino ad una certa altezza, poi partivano ripidi verso il cielo, alcune punte erano invisibili nascoste dalle nuvole, che si divertivano a circondarle donando loro un aspetto misterioso, terreni erbosi d’incalcolabile bellezza. Una tale purezza la fece commuovere, tanto che una piccola e solitaria lacrima le solcò dolcemente il viso.
- Non ti senti bene, vuoi rientrare?- Fece di no con la testa e lo esortò a continuare a camminare, non era né malata né triste, solo sorpresa, non conosceva quei luoghi ne mai ne aveva sentito parlare, ma lentamente era come se riuscisse ad entrare in quel mondo puro e a farne parte, con l’aiuto di William ebbe la sensazione che quel luogo sconosciuto, potesse realmente diventare casa sua. William svoltò verso sinistra facendole osservare da lontano una piccola città, quella era Mistre, la indicò con lo sguardo come a conferma che il paese esisteva davvero e che lui non si era inventato nulla di ciò che in quei giorni le aveva descritto. Da quella posizione rialzata, riusciva ad intravedere le piccole sagome degli abitanti indaffarati nei loro lavori, c’erano molte piccole case e una leggermente più grande, decorata con molti fiori colorati, donando all’intera città un aspetto pittoresco e allo stesso tempo accogliente.
- Vuoi andare a visitarlo?- disse lui, indicando nuovamente la città.
- Se non rimani senza fiato prima, perché no.- Rispose beffarda, cercando di stuzzicarlo nell’orgoglio, ma lui rispose per le rime preparandosi alla partenza.
- Con chi credi di parlare, posso portarti anche correndo fin li!- Rise all’affermazione, ma declinò l’offerta indicando con la mano una grande prateria sulla destra, voleva godersi il paesaggio finché poteva e gli chiese di dirigersi da quella parte. William si mise in viaggio e mentre camminava continuò a descrivere il territorio, cosa c’era oltre le montagne a sud, oltre il bosco a est e in tutte le altre direzioni. Conosceva bene la regione ed era molto preciso nelle descrizioni senza mai contraddirsi, fu quella sua precisione che infuse certezza nel cuore di Dafne, sapeva che ora poteva fidarsi al cento per cento di lui. Arrivati allo spiazzo, William appoggiò Dafne delicatamente a terra e lui si sedette al suo fianco sulla fresca e morbida erba profumata, volgendo al cielo il profondo delle sue iridi cristallo. Anche Dafne era persa nella purezza di quei luoghi, ruppe quel bel silenzio creato con una frase, che per un attimo stupì il giovane.
- Io non credo di aver mai visto un luogo tanto bello e puro, che forse neanche esiste.-
- Certo che esiste, ci sei come potrebbe essere altrimenti. - volse lo sguardo verso la fanciulla intuendo nella sua espressione che qualcosa non andava - Vorresti tornare a casa tua non è vero?-
- Non so neanche da che parte sia casa mia, non ho neanche idea di chi fossi prima di svegliarmi o con chi.-
- Me ne rendo conto e mi dispiace, purtroppo non si può stare tranquilli. Ormai gli attacchi dei Ghr̥ṇā sono troppo frequenti per poter affrontare un viaggio lungo.-
- Esistono davvero questi Ghr̥ṇā? - lo disse decisa e ferma, assumendo un tono così strano che sorprese non solo William, ma anche se stessa. - Cos’è che ti fa paura realmente?- A quella domanda William la guardò con un espressione cupa, prendendole le braccia con le mani e spostandola un po’ verso il suo viso, la tenne ferma in quella posizione facendole notare ancora di più la cicatrice che aveva sulla guancia.
- So che hai ancora dei dubbi e lo comprendo, ma questa è un loro regalo. Qui le cose non vanno bene e se eri in viaggio per raggiungere Mistre significa che li hai visti. I Ghr̥ṇā esistono e ci stanno distruggendo. - Sembrava arrabbiato mentre parlava e il suo viso contratto in una strana espressione lo dimostrava.
- Posso solo sperare che ciò che mi è accaduto abbia un significato che devo ancora scoprire.-
Le lasciò le braccia arrossendo leggermente e sorrise, seguito da Dafne. Rimasero in silenzio ad osservare il paesaggio, tanto che la fanciulla riuscì a rilassarsi e serena in quella situazione e iniziò a canticchiare sottovoce qualcosa.
- Cos’è un incantesimo?- Dafne lo guardò perplessa, ma quella frase che inizialmente la fece sorridere la rattristò subito dopo.
- Non ricordo dove l’ho imparata, ma se fosse stato un incantesimo non mi sarebbe accaduto nulla.- Nel vedere l’espressione rammaricata dipingersi sul viso della ragazza, William provò a rassicurarla. - Ma se l’hai ricordata in un momento in cui eri serena, deve avere per forza qualche potere. E' sicuramente legato ad un bel ricordo. Canteresti ancora?- Acconsentì e lo vide perdersi nel suono della melodiosa voce di lei. Quella era la prima volta che si sentiva davvero bene, tranquilla e senza preoccupazioni di alcun genere, aveva dimenticato ogni problema e voleva soltanto rimanere li a cantare. Si appoggiò alla sua spalla, chiuse gli occhi concentrandosi sulle parole da dire, le uscivano spontaneamente e partivano dal profondo del suo cuore; lui fece lo stesso, appoggiando la testa su di lei e stringendole la mano.
- Dafne.- la chiamò non appena la canzone fu finita, doveva essersi rilassato e anche i suoi occhi lo dimostravano, erano chiari, di un colore caldo e profondi come un mare sconosciuto a cui non poteva dare un nome. - troveremo chi ti ha fatto questo e scopriremo da dove vieni, ma…- si fermò un secondo respirando profondamente e dandole il tempo di spostarsi da lui e cercarlo con gli occhi, l’uno di fronte all’altro, ma per qualche strano motivo, Dafne iniziò a temere la sua frase. -…vorrei che tu sapessi che puoi restare qui quanto vuoi, saprei come proteggerti e farti guarire.-
- Non voglio essere un peso per te o per la tua famiglia. - Dafne fu percorsa da una miriade di sensazioni che sapeva non provenire da lei, lo avvertiva nel modo di fare del ragazzo e nella sua voce tenue. Dafne cercò il viso di lui con la mano e lo carezzò dolcemente, voleva vederlo in volto prima di parlare. - Quello che tu mi hai detto e che hai fatto per me è importante e in questo momento sei l'unica mia ancora di salvezza, l'unico aggancio con questa vita che fatico a ricordare, però temo di legarmi troppo e di non riuscire ad uscire da questa posizione.-
- Io voglio aiutarti e non lo faccio per compassione o pietà. Ho visto tante persone soffrire per tutto questo e non uscire da quel dolore, non ti sto promettendo una vita felice, sarei un egoista e un ipocrita nel mentirti in questo modo.- Tornò a sorridere e di questo Dafne ne fu felice, perché anche se non lo ammetteva, era già legata a lui. - Quello che ti chiedo è di darmi la possibilità di farti stare meglio, recuperare ciò che ti è stato tolto con la forza e aiutarti a costruire una nuova vita qui o ovunque vorrai tornare.-
Era la verità, Dafne sapeva che era sincero e di questo gli era grata e per tutto ciò che aveva fatto per lei, per le continue cure e la pazienza che aveva dimostrato nei suoi confronti, il non essersi mai lamentato era importante per lei, benché il cuore William sperasse in qualcosa di più preciso, la risposta di Dafne gli bastò.
- Ti prometto che ti ripagherò per tutto il bene che mi stai regalando.- Si concentrò sul viso di lui pensando un’altra canzone, a come rasserenarlo, ma quando iniziò ad intonarla fu interrotta da una voce che chiamava William. Vide una figura in lontananza correre verso di loro, con una mano alzata che salutava energicamente. Era una ragazza e finalmente Dafne vide per la prima volta la sorella di William. Leila era una fanciulla molto particolare, aveva i capelli corti davanti con una lunga coda dietro dello stesso colore di quelli di William, castani con riflessi biondi. Indossava un corpino rosso che le fasciava la vita e una gonna lunga dello stesso colore, alta e slanciata era semplicemente la versione femminile di William con l’unica differenza che lei aveva gli occhi di un azzurro molto chiaro. William si alzò velocemente correndole incontro e si abbracciarono, lui la alzò da terra e fece un giro su se stesso, facendo svolazzare la gonna della ragazza scoprendole le gambe slanciate coperte da pantaloni aderenti. La ragazza lo baciò sulla fronte e lo abbracciò ancora mentre lui la riportava a terra, poi Leila si avvicinò a Dafne sorridendo.
- Finalmente posso conoscere la nostra ospite? Io sono Leila, sorella gemella di William, come ti senti?-
- Io mi chiamo Dafne, William mi ha detto di te.-
- Spero che il mio fratellino ti abbia trattato bene, ad ogni modo ora che sono tornata puoi chiedere a me qualsiasi cosa di cui tu abbia bisogno.- Sembrava una ragazza dolce e gentile, il suo viso esprimeva gioia, i lineamenti si spostarono formando un bel sorriso caloroso, era molto più espansiva di William e con un carattere gioioso e simpatico.
- Mi dispiace di aver occupato la tua stanza, devo averti procurato molto fastidio.-
- Non preoccuparti, ci sto così poco in quella casa! Puoi rimanere quando vuoi senza problemi, non sono molti quelli che sono sopravvissuti ad un aggressione da parte dei Ghr̥ṇā e sono vivi, sei davvero fortunata.- William la chiamò da dietro e Leila si voltò sorridendo, sapeva benissimo che il fratello era arrabbiato con lei, dopo notti insonni ad aspettare il suo ritorno doveva quantomeno spiegare cosa le fosse accaduto. - Si lo so fratellino, ti farò un rapporto dettagliato stasera, abbiamo avuto dei contrattempi, ma niente di grave. Ci vediamo da Shary dopo cena?-
- No facciamo da noi, non posso lasciare Dafne sola, avverti tutti.- Leila fece un deciso si con la testa, simile ad un saluto da soldato, anche se lo stava semplicemente prendendo in giro. Salutò calorosamente la ragazza seduta sull’erba e corse via in direzione della città. William si avvicinò a lei, prendendola nuovamente tra le braccia, era arrivata l’ora di tornare a casa, ma prima il giovane espresse la sua intenzione di portarla in un luogo molto bello, dove avrebbe potuto rilassarsi in solitudine.
- Dove vuoi andare?-
- Sei stata a letto per tanti giorni, credo tu abbia voglia di rilassarti con un bagno e io conosco il luogo adatto.- William aveva ragione e in quel momento nella mente di Dafne comparvero tutte le volte che era entrato in camera reggendo con la mano destra una bacinella d’acqua e una spugna e con la sinistra degli asciugamani, tutto per poterla rinfrescare un po’ dato che ancora non era in grado di muoversi da sola e ora, la proposta di un bagno decente l’allettava. Si incamminò in direzione del bosco, Dafne sussultò nel vedere le figure degli alberi avvicinarsi, ma lui la rassicurò dicendo che il luogo dove l’avrebbe condotta era forse uno dei più sicuri che esistevano, era un posto protetto da una forte magia dove nessun mostro o Ghr̥ṇā avrebbe mai potuto avvicinarsi.
 - Come mai è così sicuro? Cosa c’è dietro?-
- In realtà nessuno lo sa per certo, sembra che sia una fonte magica. La magia permea l’acqua, i massi e gli alberi che la circondano. I Ghr̥ṇā ne rimangono alla larga, lo temono.-
- Potrebbe anche essere un segno negativo non credi?- rispose con un semplice no della testa e la esortò a voltarsi, forse vedendolo da vicino avrebbe cambiato opinione e così fu. Lo spettacolo che si trovò davanti era da mozzare il fiato, un piccolo laghetto circolare, costeggiato da candide pietre che ne delimitavano il perimetro perfettamente, l’acqua fluiva da una piccola cascata al centro, mentre un canale sotterraneo che, scorrendo sotto la roccia, faceva defluire l’acqua in un altro luogo. Tutto intorno gli alberi donavano al paesaggio una luce magica, il sole cercava in tutti i modi di fare capolino tra la vegetazione, riuscendo solo a infilarsi in piccoli spazi tra i rami. Ora che il crepuscolo si stava avvicinando l’acqua si era tinta di un lieve rosso, con qualche sfumatura sul rosa pallido. William la fece scendere a ridosso della riva del lago.
- Questo è un posto sicuro e qui puoi stare davvero tranquilla, io torno in pochi minuti, vado a casa a prenderti un cambio e degli asciugamani, tu non avere paura.-
- Mi lasci sola? Perché?- Lui s’inginocchiò di fronte a lei fissandola con i suoi bellissimi occhi argentati, sorrise mentre le poggiava un lieve bacio sulla fronte.
- Fidati se ti dico che è sicuro, non permetterei mai che ti accadesse qualcosa di male, voglio solo lasciarti un attimo sola a rilassarti, sarai stanca di farti aiutare da un ragazzo no?- Arrossì, in fondo era vero che fino a quel momento lui non aveva fatto altro che aiutarla ed ora, trovarsi davanti la prospettiva di dover fare tutto da sola, la spaventava. Ci pensò su e acconsentì a separarsi, si trattava solo di un bagno e forse ne era ancora capace. Lo vide correre via velocemente, non sembrava vero quanto in fretta era scomparso dalla vista della ragazza.
Si fece coraggio e, mentre si toglieva l’abito rosa che William le aveva prestato, iniziò a pensare a come poter entrare in acqua. Lui l’aveva lasciata sulla riva per spronarla a cavarsela da sola, ma dato che non poteva muovere neanche un muscolo delle gambe riuscì ad avvicinarsi all’acqua con molta fatica strisciando semplicemente sul terreno. Vi riuscì e si immerse rimanendo seduta , l’acqua le arrivava alla vita ed era fresca e pulita, come se su di se si fosse steso un leggero velo di seta, si sentiva rilassata e libera da ogni preoccupazione o problema, persino le gambe, che fino a quel momento erano sempre state pensanti, sembravano leggere. Abbassò la testa bagnandosi i capelli e cercando di non farli annodare o sarebbe stato impossibile districarli una volta asciutti, l’unica cosa che riuscì a rallegrarla fu quando cercò di costatare le sue condizioni fisiche, in quella circostanza sembrava una cosa frivola e soprattutto inutile, ma era come se le riportasse alla mente qualche strana abitudine. La lunga convalescenza l’aveva cambiata, notò che i capelli si erano allungati di molto rispetto a quello che ricordava, era anche dimagrita, ma tutto sommato pensò che non doveva avere un aspetto così malconcio, se non fosse stato per le brutte cicatrici. Rimase nuda nell’acqua per molto tempo, senza sentire ne la stanchezza ne voglia di uscire da quel piccolo paradiso, tanto che la leggerezza di quel momento la portò nuovamente a canticchiare qualcosa, come se ormai fosse diventata un’abitudine. Quella sensazione di allegria che prima l’aveva spinta a cantare per William, in quel momento le suscitò uno strano imbarazzo, ebbe come la sensazione che qualcuno la stesse osservando di nascosto. Immediatamente pensò che William fosse tornato e si voltò in cerca della sua figura, ma non vide nessuno e provò a scacciare quel pensiero anche se la sensazione che provava persisteva insistentemente. Girò lo sguardo ovunque in cerca di qualche presenza, ma più si sforzava di individuare più non vedeva altro che alberi attorno a lei. Una leggera brezza le accarezzò il viso dolcemente, il rumore delle foglie e dei rami degli alberi che si muovevano, sembravano formare una melodia incantata. Tese le orecchie ascoltando meglio e percepì, oltre al rumore delle tralci degli alberi, come un leggero battito d’ali frenetico e di tanto in tanto poteva udire anche un piccolo e delicato tintinnio. Non si rese subito conto di quello che stava accadendo sulla riva, ma su ognuna delle pietre che circondavano il lago comparvero tante piccole luci: i colori mutavano lentamente sfumando dal rosso verso il giallo o dal verde verso un blu intenso. Quando le piccole luci iniziarono a librarsi nell’aria, i colori si mischiarono tra loro, formando le sfumature tipiche dell’arcobaleno e infine si spinsero, vibrando in cerchio, accanto alla giovane donna seduta tra le acque del lago, che per un secondo sembrarono diventare gelide. Il suono che le ali producevano divenne sempre più dolce, molto simile ad una sommessa melodia, che accompagnava il loro volo. Una di loro si avvicinò, l’acqua riluceva dei loro splendidi colori e Dafne era immobile e fissa ad osservare la loro danza, ipnotizzata da una tale bellezza. La piccola luce, ora a pochi centimetri di distanza dal viso della giovane, assunse una forma più precisa. Aveva le sembianze di una piccola bambina, dal viso lungo e fino, orecchie allungate che spuntavano dalle lunghe, anche se rade ciocche di capelli bionde. Gli occhi erano privi di iridi o palpebre, completamente neri. Dafne allungò una mano verso di lei, con il palmo rivolto verso l’alto e sentì le sue esili zampette saltellarle sulle dita. Aveva un corpo altrettanto esile, con una carnagione molto chiara e un aspetto etereo; non indossavano vestiti e sul corpo, sebbene sembrava avere sembianze femminili, non era possibile distinguere le diverse parti anatomiche, a volte coperte da una decorazione floreale simile ad un tatuaggio.
- Cosa sei tu? Sei così bella!- L’esserino si mosse delicatamente, emanava un lieve tepore, ma Dafne ebbe l’impressione che stesse soffrendo per qualche motivo. Iniziò ad emettere degli strani versi, simile a note leggermente pizzicate sulle corde di un’arpa. Era come se cercasse di comunicarle qualcosa, ma lei non riusciva a capire. La piccola lucciola si avvicinò, volteggiando agilmente nell’aria, all’orecchio di lei. La melodia delle sue parole sembrò farsi più comprensibile, una cantilena malinconica che ora riusciva a capire meglio.
- Siamo noi delle anime la giusta via, fioca luce del mondo che al di là, ogni anima arriverà, sempre che nel buio non si perderà…- Una guida. Quei piccoli esseri erano una guida delle anime dei morti, le conducevano nell’aldilà, sapevano chi dovevano prendere e chi risparmiare. - … ma alcun timore l’anima avrà, perché la luce, se pia con lei resterà, ma se la vita ingiustamente strappata le sarà allora la luce salvarla non potrà e nel mondo al di qua, povera rimarrà…. - la nenia finì e la voce della luce divenne più chiara e sicura nel tono.- Non dire ad alcuno che ci hai visto!-
Lo gridò all’orecchio di lei facendola sussultare. Le luci iniziarono a vorticare freneticamente e scapparono in tutte le direzioni, in poco tempo erano tutte sparite, il vento cessò e il silenzio tornò a regnare sovrano sul lago. Dafne ora era sola e stupita, aveva freddo e si strinse nelle spalle tremante e ansiosa di rivedere William il prima possibile. Non dovette attendere oltre, William tornò dopo un po’ di tempo, ma inizialmente rimase fermo ad osservarla, la vedeva giocare con l’acqua, allegra e sorridente, si divertiva immersa nel verde della foresta in un luogo sicuro. Solo quando la vide rabbrividire dal freddo si decise a raggiungerla. Dafne gli dava le spalle e non si rese conto della sua presenza fino a quando non sentì l’acqua muoversi e provò a voltarsi. Non fu abbastanza rapida, improvvisamente, due forti braccia la cinsero da dietro, appoggiandole un asciugamano caldo sulle spalle. Fermi in quella posizione, la ragazza riuscì a percepire il respiro regolare di lui sul collo.
- Lo senti non è vero? Questo posto è magico e ti farà bene, riprenderai a camminare in poco tempo te lo prometto!- Quelle parole la colpirono al cuore, William le aveva pronunciate con un tono così dolce e gentile che lei non fu in grado di fare a meno di ricambiare il suo abbraccio, muovendosi nell’acqua le fu più facile voltarsi verso di lui e lo strinse così forte da bloccargli per un secondo il respiro, premendo il suo seno sul petto di lui. La risposta, che per Dafne fu un’azione istintiva, dato che ormai non provava imbarazzo a farsi vedere, provocò in lui una diversa reazione, preso di sprovvista non riuscì a controllare le sue emozioni. Dafne lo guardò, mentre William si scostava tanto da lei da farle notare il suo imbarazzo e la sorpresa. Si dispiacque per lui, sapeva di approfittare della bontà d'animo che lui le aveva dimostrato, ma si sentiva sicura tra le sue braccia ed egoisticamente voleva che continuasse a starle accanto nonostante tutto. William notò nel suo sguardo timore, la prese in braccio spostandola fuori dal lago, la stese a terra e l’aiutò a vestirsi nuovamente. Questa volta le aveva portato un abito più leggero, era azzurro, con dei merletti sulle maniche lunghe solo fin sotto la spalla e sul bordo della gonna, che arrivava alle ginocchia.
- Questo non è di Leila, sono corso a Mistre a comprarlo per te, ho pensato che ti facesse piacere avere qualcosa solo tuo.-
- E' bellissimo. Ti ringrazio tanto.- Quella fonte era davvero magica e non solo per l’apparizione di quelle strane creature, sembrava avere il potere di alleviare qualsiasi dolore e sofferenza, aveva il dono di alleggerire i cuori e scaldarli con la dolce e profumata acqua.

Foto presa dal sito http://www.telegraph.co.uk/In 1917, two young girls in Cottingley, Yorkshire, were catapulted to fame when they took a series of photographs which appeared to show them with fairies. Many people believed them, including Sherlock Homes author Sir Arthur Conan Doyle. But in the 1980s, the girls admitted that the pictures had been faked – though one maintained that the final picture was genuine.

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