Originale - Il peso della verità Prologo

Il peso della verità 

Prologo: dopo la morte 

Il sole era calato da qualche ora, la volta celeste punteggiata da miliardi di stelle, incorniciava una tonda luna sorridente, che sbirciava dentro una piccola finestra leggermente aperta. Nella stanza filtrava un vento caldo e piacevole, volteggiava nell'alloggio sfiorando il viso di una donna sdraiata su un lettino. La stanza che la ospitava era spoglia e vecchia, con un pungente odore di muffa e legno che la fece svegliare. Provò a spostare lo sguardo al suo fianco, intravedendo a fatica una piccola seduta su cui vi era poggiato un panno sporco di sangue. Circondata dal silenzio e da piccole fitte di dolore che le pervadevano il corpo, cercò di concentrare la sua mente su cosa fosse accaduto. I ricordi erano sfocati e si allontanavano da lei, l'unica cosa che riusciva a riportare alla mente era un paesaggio meraviglioso e quieto, di una bellezza sfuggente e candida. Quel ricordo le diede la forza di provare ad alzarsi, o quanto meno a muoversi da quella posizione che doveva aver tenuto per giorni. La schiena e le spalle erano completamente intirizzite, mentre dalla vita in giù era come se non avesse nulla. Provò a sollevarsi, ma quel movimento così consueto e facile ora le era impossibile. Sentiva il corpo pesante e come se non bastasse, ogni tentativo di movimento significava la nascita di un nuovo dolore, così forte e intenso da darle la nausea. Lo sconforto e la solitudine pervasero il suo animo, provo' ad urlare ma uscì solo un lamento. Iniziò a muoversi in modo sconnesso e avventato. Quelle convulsioni le provocarono dolore e come se non fosse abbastanza, il sangue iniziò ad inumidire il materasso. Cadde dal letto trascinandosi dietro le lenzuola, a cui aveva cercato di aggrapparsi, con un tonfo sordo, il dolore la percorse dalla testa ai piedi e l'odore del sangue le diede la nausea. La vista le si offuscò, iniziò a piangere, si sforzò in tutti i modi di non svenire a causa degli spasmi, mentre il calore alle tempie diventava sempre più forte. Pianse e gridò, provando a strisciare fino alla porta davanti a sé. Continuò a muoversi fino a che non si sentì venir meno, gli occhi non vedevano più, oscurati dalla rabbia e dal sangue che usciva dalla ferita sulla fronte.

Allarmato dagli strani rumori che aveva sentito provenire dalla stanza, un giovane entrò velocemente vedendo la ragazza a terra che si divincolava. La sollevò dolcemente prendendola di peso e la riportò sul letto, coprendola. Aveva perso i sensi, il respiro irregolare e le lacrime che continuavano a scenderle lentamente dagli occhi. Il giovane iniziò a medicarle nuovamente le ferite, lavandole con l’acqua e bendandole nuovamente con garze nuove e pulite, che tirò fuori da un piccolo mobile accanto al letto. Congiunse le mani davanti al petto e recitò qualcosa a voce bassa, delicatamente toccò con l'indice destro la fronte della ragazza. Per i giorni seguenti, rimase priva di conoscenza, ma per tutto quel tempo il giovane si prese cura di lei.

Era mattina, il sole appena sorto faceva capolino nella stanzetta, sfiorandole dolcemente il viso. Il risveglio fu più dolce rispetto al precedente e, questa volta, evitò di agitarsi senza motivo. Si ritrovò ancora sdraiata in quello scomodo letto, con il corpo leso e dolorante per ogni piccolo movimento, solo che stavolta non era sola. Al suo fianco avvertì come uno strano peso che le impedì di muovere le braccia, voltò il viso verso destra accorgendosi che al fianco, seduto sulla vecchia sedia e con la testa poggiata al letto, c’era un ragazzo. Rimase immobile ad osservare il soffitto, le era tutto estraneo e misterioso, la casa, gli odori che avvertiva forti e decisi aleggiare per tutta la stanza e per giunta quel ragazzo, che era sicura di non conoscere. Si lasciò sfuggire un leggero gemito di dolore non appena provò ad accomodarsi meglio sul giaciglio scomodo che non sopportava più. Provò a soffocare quel rumore, ma il solo sibilo che produsse bastò a destare dal sonno il giovane, che aprì gli occhi velocemente e scattò a sedere. Lo osservò attentamente, i capelli completamente scarmigliati, un viso stanco e gli occhi cerchiati da profonde occhiaie. Lo seguì con lo sguardo mentre, ancora evidentemente stupito di vederla sveglia, iniziò a rovistare nel tascapane alla ricerca di bende e qualche medicinale. Il ragazzo le regalò un leggero sorrise, si sentiva goffo e in imbarazzo, avrebbe dovuto spiegarle molte cose ora che sembrava abbastanza lucida per riuscire ad ascoltare. Cercò di darsi una sistemata, rimboccandole le coperte e sistemando le varie cianfrusaglie, che aveva tirato fuori, sul tavolinetto al suo fianco.
- Ho davvero temuto per te. Vederti sveglia mi solleva.-
Si stupì di ricevere come risposta, solo una piccola e solitaria lacrima, era di certo una situazione difficile, cercò di consolarla, allungò per un secondo la mano verso la ragazza in un gesto di comprensione per ciò che stava vivendo, ma si ritrasse subito dopo. Non era una situazione che riusciva a gestire, comportarsi in modo gentile, cercare di comprendere quello che li stava provando, era per lui difficile. Aveva già soccorso altre persone, ma non si era mai occupato di loro personalmente. Si alzò dalla sedia dirigendosi alla porta, ritenendo forse più saggio lasciarla sola in quel momento così difficile. Percepì appena il tono triste e la voce roca di lei che lo fermavano prima di lasciare la stanza.
- Dove mi trovo?-
Tra una lacrima e il seguito che ne seguì, riuscì solo a pronunciare quelle parole, osservò il giovane sistemarsi nuovamente sulla sedia e posarle una mano gentile sulla fronte. La febbre non aveva accennato a scendere in quei giorni di completa incoscienza e anche in quel momento, doveva essere alta. Aveva temuto in un'infezione e si era gettato anima e corpo nel curarla, usando miscugli di erbe e formule magiche, ma non era un bravo mago e spesso aveva temuto di aver commesso errori, non vedendola migliorare affatto.
- Questa è casa mia, ti abbiamo trovata cinque giorni fa nel bosco. Sarai stata aggredita, capita spesso di questi tempi purtroppo.- A quelle parole lei si voltò dalla parte opposta, per qualche motivo quella risposta le era sembrata vaga e strana, tanto da risultare più una scusa che la verità. Riuscì ad avvertire in lui una sensazione di disagio crescere lentamente, il giovane ritrasse la mano per prendere un panno e asciugarle il viso. Si rendeva conto della situazione in cui poteva trovarsi e sapeva di doverle delle spiegazioni, soprattutto sulle sue condizioni fisiche.
- Ero sola?-
- Abbiamo trovato dei resti di un carro e qualche provvista, c'erano anche degli abiti in buone condizioni che abbiamo recuperato. Alcuni erano vestiti maschili, ma non c'era nessun altro nelle vicinanze.- Fu più difficile parlare dopo quelle parole, non riusciva a ricordare molto di ciò che le era accaduto, ma la sensazione che non fosse sola le stava opprimendo il petto così forte da farle perdere qualche respiro. - Ho mandato i miei uomini in perlustrazione.- lo disse a mezza bocca, quasi avesse capito cosa stesse pensando la ragazza. Erano di ronda quel giorno, un controllo dei confini per evitare agguati. Era stato uno dei suoi uomini a sentire la presenza di qualcuno e si erano avvicinati al luogo per controllare. La vista del corpo completamente ricoperto di sangue e delle macerie della piccola carovana, che doveva averla portata fin li, non era di certo una scena nuova ai loro occhi. Ricordò la scena attimo dopo attimo, ma fu restio a raccontarla. - Quando torneranno ne sapremo di più. -
La ragazza mosse leggermente la testa in segno negativo, non aveva prestato molta attenzione alle sue parole, perché il solo pensiero di essersi dimenticata di qualcuno che poteva essere importante per lei, era troppo doloroso. Anche avessero trovato un corpo, lei comunque non avrebbe potuto riconoscerlo e di questo ne era certa, la sua vita di prima del risveglio era un sogno candido che sbiadiva sempre di più.
- Ti lascio riposare. Tornerò con qualcosa da mangiare e per medicare le ferite. - si alzò poggiandosi a fatiche sulle gambe. Sistemò nuovamente le boccettine sul tavolino, disponendole in un ordine a lei sconosciuto, ma che sapeva avere un senso logico e fece per uscire. Sulla porta però si decise a presentarsi. - Mi chiamo William.-

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